La Nuova Sardegna

Carlini interroga il silenzio del mondo

di GIULIO ANGIONI
Carlini interroga il silenzio del mondo

I versi in campidanese di “Sa terra promittia” Una speranza affidata ormai solo alla parola

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di GIULIO ANGIONI

L’ultimo libro di Franco-Franciscu Carlini, “Sa terra promittia / La terra promessa” (Edes 2013), raccoglie in volume 53 poesie, in sardo-campidanese e in italiano, ma non in semplice reciproca traduzione di servizio, bensì in due vesti linguistiche di creatività autonoma.

Scritti tra il 1976 e il 2011, i componimenti sono diversi nella forma ma risultano compatti nel contenuto, forte e risentito. Alcune poesie, le più vecchie e le più recenti, sono inedite, altre sono apparse in riviste, o in uno dei tre volumi già pubblicati da Carlini (“Biddaloca” 1988, “Murupintu” 1991, “Sa luna inciusta” 2004), e su questa base l'autore organizza la materia nelle quattro parti di questo volume.

Tutte le poesie di “Sa terra promittia” sono dunque e soprattutto unite da un filo rosso, esprimibile col termine forse ormai desueto di impegno civile. Un tema costante è la Sardegna, di ieri e di oggi, e dunque, più in generale, il nostro mondo contemporaneo. E parlando di Sardegna nel mondo di oggi si parla, tra l'altro, di emigrazione, quella dei sardi e quella dei brandelli di popoli che arrivano dalla sponda Sud del Mediterraneo con tutto il carico, non abbastanza noto, di dolore e di tragedia. Vi si parla di morti ammazzati in questa nostra isola inquieta e, per dirla con Francesco Masala, infelice. Per cui è compito del poeta coltivare il ricordo della miseria passata e dei mali del presente. Ma il poeta ha pena e fatica nel riconoscere "la casa del tempo" della sua infanzia e della prima giovinezza, che in un primo esilio infantile è stata anche romana di Roma, come Carlini racconta in prosa campidanese in “Basilisa” (2001)

Pastori, minatori, contadini si intuiscono o si riconoscono in rapidi cenni, nel dire di una terra bruciata dagli incendi ed esausta di siccità, che troppo spesso nel Novecento e oggi di nuovo impone di varcare il mare con speranze in fondo sempre più o meno deluse. Se non altro per un sempre impossibile ritorno a ciò che qui si è lasciato. In modo esplicito compaiono i pescatori sulcitani che combattono contro un padrone nuovo e di sempre, in un mare impossibile per la presenza degli ultimi invasori in armi di un lembo di terra e di un mare che non gli appartiene ma se fa servitù militari. E c'è il tema della guerra, in versi che fanno pensare a quelle più vicine, l'ultima balcanica e del Medio Oriente, e c'è il tema del pacifismo, che il poeta sembra volere e potere estendere all'umanità di oggi come sentimento dominante, per lo meno a quella a noi più vicina.

Un libro di poesie che ci fa conoscere un Carlini diverso, verrebbe da dire, da quello che siamo abituati a leggere nelle raccolte precedenti “Biddaloca” e “Murupintu”, ma anche in “Sa Luna inciusta”, dove la forma sembra allegramente prevalere sul contenuto con una fragorosa girandola di rime, assonanze e allitterazioni, in un gioco spassoso e ironico, al limite del surreale. “Poesias po pipìus”, come recita il sottotitolo di “Biddaloca” , ma non solo, dove era possibile imbattersi – e lo stesso può dirsi delle altre due sillogi – in contenuti civili che rivelano un aspetto nascosto, ma non tanto, del mai sopito impegno nel far poesia. Non a caso in “Sa terra promittia” si trovano poesie delle tre raccolte precedenti. Una svolta si ha con le prose di “Marxani Ghiani e altre fàulas”, dove, spento il bonario sorriso alla Carlini, un mondo di soprusi di ogni genere non lascia dubbi su una sua vera e propria conversione, perché qui il pessimismo esplicito pareva avere l'ultima parola, che ora in quest'ultimo libro non lascia dubbi, inteso com'è dal suo autore come parola di un vecchio nel suo viaggio al termine di una “notti sena de acabu”, notte senza fine. Aperto e dichiarato era anche il pessimismo di “Dialogo a una voce” (2007), ribadito in modo perfino troppo esplicito nell' “Intervista con l'autore” che apre “Sa terra promittia”. Dove nessuna speranza gli pare possibile, se non quella legata all'istinto di sopravvivenza. In quest'ultimo libro di Carlini, “Sa terra promittia”, sempre invano promessa, leggiamo la poesia e la poetica, esplicita, del solo compito onesto possibile, cioè dire (“Narri”) e ribadire solo ciò che i sensi possono percepire.

A scanso di nuovi disincanti, pare. Ma soprattutto perché al poeta sembra il compito più utile e onesto questo suo di dire e documentare ciò che si dà alla nozione di tutti, e che molti, in modi diversi, denunciano. Carlini lo fa nel modo in cui sa di poterlo fare meglio. In versi, dunque, avviandosi a ricominciare un percorso, che dobbiamo augurargli ancora lungo e fruttuoso, incominciato molti anni addietro con versi di ironia velata nei primi scritti, e ora in modo sempre più esplicitamente amaro. Perché il Carlini poeta lo sente come nuovo obbligo civile questo suo di proibirsi le speranze, o almeno gli eccessi di vani progetti di rinascita civile finora coltivate, qui nella sua terra e nel mondo tutto. Ma anche questo, in nome del vero e del giusto. E noi glielo concediamo volentieri. Perché Carlini si è più che guadagnato il diritto alla sua parola poetica. Innescando in noi, suoi lettori, il diritto ad aspettarla ancora, comunque. Tanto più che la nuova letteratura sarda pluriligue, di cui Carlini è uno dei migliori esponenti, negli ultimi decenni ha continuato ad avere nella poesia la sua maggiore forma di creatività.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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