La Nuova Sardegna

un incubo dietro il processo

Il sospetto terribile della Procura: cento i morti per la “sindrome”

di Piero Mannironi
Il sospetto terribile della Procura: cento i morti per la “sindrome”

SASSARI. Il paradosso in questa udienza preliminare infinita sul "caso poligono di Quirra" è che sembra esistano due Stati. Uno, rappresentato dalla procura della Repubblica di Lanusei, che chiede un...

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SASSARI. Il paradosso in questa udienza preliminare infinita sul "caso poligono di Quirra" è che sembra esistano due Stati. Uno, rappresentato dalla procura della Repubblica di Lanusei, che chiede un processo per accertare le eventuali responsabilità di chi, gestendo l'area militare, avrebbe creato un inquinamento ambientale che avrebbe condizionato pesantemente la salute pubblica. L'altro, rappresentato dall'avvocatura dello Stato (la difesa dei vertici militari), che invece si oppone alla Procura e, sulla base di una perizia incompleta per la stessa ammissione di chi l'ha redatta, sostiene che in 50 anni di attività il Poligono interforze del Salto di Quirra non ha corrotto l'ambiente. Sillogismo implicito: i militari non hanno alcuna responsabilità sulla lunga e dolorosa catena di morte che ha segnato la vita recente di questo lembo dimenticato di Sardegna.

C'è infine un uomo solo, un giudice, anche lui un pezzo dello Stato, sul quale pesa la responsabilità di decidere se sia opportuno andare a processo per approfondire e chiarire cosa sia davvero accaduto nei 13.500 ettari del poligono interforze del Salto di Quirra (e cosa questa attività ha prodotto) oppure se archiviare l'inchiesta della Procura, lasciando molte domande senza risposta. Due su tutte: come è possibile che ci sia Torio radioattivo nelle ossa di 12 pastori che pascolavano le loro greggi nell'area del poligono, poi morti per leucemia, e come sono arrivate quelle nano particelle di metalli pesanti nei tessuti di uomini e donne ammalatisi di tumore.

Dunque, oggi tutto converge in una sorta di "imbuto" giuridico-procedurale che esclude anni di denunce e di scoperte. Un ingorgo che ignora anche il percorso complesso di una commissione parlamentare d'inchiesta la quale, è bene non dimenticarlo, ha gli stessi poteri inquirenti della magistratura. Tutto sembra perciò giocarsi su una perizia incompleta che si porta dentro il "peccato originale" di non essere multidisciplinare. Enfatizza infatti alcuni aspetti della ricerca, ma ne ignora fatalmente altri. Una perizia che soprattutto non può trovare conforto in un'indagine epidemiologica semplicemente perché in dodici anni una vera ricerca non è mai stata fatta. La conseguenza è che rischia di inaridirsi la domanda delle domande: se esista un rapporto di causa-effetto tra le attività del poligono e la salute della gente e la salubrità dell'ambiente. In estrema sintesi: il cuore vero del problema.

Ecco perché in questo scontro tra pezzi dello Stato sembra impallidire in qualche modo il senso etico della domanda di giustizia. Cioè quella che è poi una domanda di verità. Ovvero, il corollario necessario al quale si devono ancorare le regole del diritto e delle procedure per arrivare all'attribuzione della responsabilità. La procura della Repubblica di Lanusei, dopo una lunga indagine, è approdata a un sospetto terribile: le attività del poligono «potrebbero aver cagionato il decesso di oltre cento persone su 167 ammalati di cancro e di leucemie».

Numeri spaventosi che lo Stato, in tutte le sue articolazioni, avrebbe il dovere di accertare fuori dalle dinamiche e dai limiti del rito processuale. Perché l'enormità di questo incubo di morte evocato dalla Procura sposta i fatti da una dimensione puramente giuridica a una dimensione morale e politica. E invece la partita della verità si gioca in un’aula di giustizia di Lanusei. E si gioca soprattutto su una perizia. È credibile questa relazione tecnica? È sufficiente per soddisfare la macchina della giustizia? Per il pubblico ministero no. Ed ecco, in estrema sintesi, cosa sostiene il procuratore Fiordalisi: 1) il perito, come gli imputati della Dsa di Siena, ha fatto la ricerca impossibile dell’uranio depleto con metodi impossibili, arrivando alla conclusione che l’uranio non c’è e non c’è mai stato. Ma gli studi internazionali (americani e inglesi) dicono chiaramente che le tracce dell’uranio impoverito si disperdono rapidamente con la pioggia; 2) il professor Mariani non ha fatto le più elementari comparazioni statistiche dei dati acquisiti sul Torio dentro e fuori le aree ad alta densità militari; 3) il perito non ha fatto il campionamento nelle aree più inquinate. Come a Is Pibiris, nell’area della discarica di rifiuti militari pericolosi dove, fino al blocco imposto dalla procura, le vacche pascolavano tranquillamente. Oppure nei fondali marini di Capo San Lorenzo; 4) non sono corrette scientificamente le considerazioni sviluppate dal perito sul Torio 228; 5) non sono stati confrontati i dati acquisiti da Sgs sul Torio e l’Uranio nell’acqua con quelli nei vegetali, nelle poseidonie, nelle cozze e negli ovini; 6) il perito non ha esaminato le valutazioni sui reperti animali dei veterinari delle Asl di Cagliari e Lanusei e dell’Enea e della dottoressa Antonietta Gatti del policlinico universitario di Modena; 7) non sono stati fatti prelievi su matrici vegetali e animali, ma solo carotaggi nel terreno; 8) non è stata fatta una valutazione del pericolo nelle sorgenti dell’acquedotto di Quirra e di Escalaplano. Insomma, un elenco lungo e articolato, condito anche da qualche valutazione molto ruvida sul perito perché alcuni dei metodi seguiti sarebbero gli stessi utilizzati dai tecnici oggi sul banco degli imputati. Al di là del processo, resta comunque sempre in piedi un sospetto sul “caso Quirra”, nato ormai 12 anni fa: non è un pezzo dello Stato sotto accusa, ma un blocco di potere militare e industriale per il quale gli interessi strategici ed economici vanno oltre i doveri e le leggi.

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