La Nuova Sardegna

L’esercito: no al taglio delle basi nell’isola

di Umberto Aime
L’esercito: no al taglio delle basi nell’isola

Nella Conferenza Stato-Regioni i militari premono per mantenere lo status quo a Quirra, Teulada e Capo Frasca

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INVIATO A ROMA. Il ministro della Difesa si è lanciato nella promessa delle tre erre: ripensare, rivedere e ridurre le servitù militari, in Sardegna, dopo aver ammesso, alla Camera: «Sono troppe». Ma Roberta Pinotti, il ministro, non aveva fatto i conti, nel momento dell’annuncio carico di speranza, del bollettino già scritto dalle Forze armate. Ebbene sì, nel frattempo anche lo Stato maggiore ha tirato fuori la sua erre, ma questa volta dal suono molto più sinistro: resistere, perché «dall’isola non vogliamo andare via».

Lo scudo. È stato questo lo scudo che i generali dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica hanno sistemato nel bel mezzo del salone di casa loro, la Cittadella militare della Cecchignola, a Roma, dove il Governo ha organizzato la seconda conferenza nazionale sulle servitù militari. Allestita addirittura 33 anni dopo la prima, che risale al 1981, quando presidente della Repubblica era Sandro Pertini, buonanima, i piloti della Nato ingaggiavano battaglie vere nel Golfo della Sirte con Gheddafi, il Rais canaglia, e senza sapere che dopo otto anni sarebbe crollato persino il muro di Berlino, con l’addio definitivo alla Guerra fredda. Ma da quel 1981 per la Sardegna non è cambiato alcunché: le servitù erano e sono rimaste quelle che erano, 30mila ettari.

L’attacco. Dagli anni Novanta in poi qualche dismissione per la verità c’è stata, anche di recente qualcosa è stata restituita ai sardi, ma sempre troppo poco. Non è più possibile andare avanti così, ha detto il governatore Francesco Pigliaru, alla Camera, e il Consiglio regionale gli è andato dietro, con l’ordine del giorno unitario, nella protesta, votato proprio alla vigilia della conferenza nazionale. Come se non bastasse, gli stessi numeri sono stati rilanciati, sul tavolo della Cecchignola, da Alessandra Berry, funzionario della direzione generale della presidenza di viale Trento ed esperta dell’argomento di giornata: le servitù militari.

Terre vietate. Con un puntiglio e senza soggezione, nonostante in platea ci fossero più divise che civili, l’incaricata da Pigliaru ha messo in fila i poligoni, uno dopo l’altro: Teulada, 7mila ettari vietati, Quirra, 12mila, per chiudere con Capo Frasca, altri 25 chilometri lineari «sempre interdetti», che vuol dire vietati dal giorno alla notte, figuriamoci quando i militari (non solo quelli italiani) si esercitano a sparare. Per poi ricordare anche l’enclave di Guardia del Moro, a La Maddalena, a cui le Forze armate non vogliono rinunciare nonostante siano state bacchettate per ben due volte dal Tar («Fateci sapere perché quel tunnel scavato nella roccia per voi è strategico», ma la Marina da allora non ha risposto) e il contratto di servitù sia scaduto ormai da mesi. Fino a quando, sul maxi schermo, il funzionario della Regione ha rilanciato questa diapositiva: una Sardegna imprigionata da Nord a Sud, da Est a Ovest, mare compreso, da zone rosse, «campane di sgombero» e altre zone colorate che limitano e occupano persino i corridoi aerei. Impressionante.

Il confronto. Soprattutto se quella stessa cartina è messa a confronto, un’ora più tardi, con quelle delle altre due regioni militarizzate d’Italia, ma comunque molto meno della Sardegna, proprietaria del 68 per cento del territorio nazionale amministrato in esclusiva dalla Difesa: sono la Puglia e il Friuli Venezia Giulia. La prima alla conferenza si è presentata senza uno straccio di dato, ma dalle parole rassicuranti dell’assessore alla Cultura della giunta Vendola, pare che da quelle parti non si preoccupino troppo delle servitù militari. Mentre il Friuli ha scatenato un bel po’ d’invidia fra i pochi sardi presenti in sala: in 20 anni gli hanno dimezzato le servitù, con la motivazione che nel frattempo si erano sgretolati i Balcani e quel fronte non era più per fortuna «una spina nel fianco della Nato». Altrove qualcosa l’hanno ottenuto e d’importante. Non in Sardegna, ha aggiunto Alessandra Berry nel fare da apripista al discorso politico atteso per oggi del governatore.

Le richieste. Pigliaru dirà che «il sistema va rinegoziato», «sono necessarie parziali dismissioni», «gli indennizzi vanno rivisti e aumentati, perché finora nessuno ha calcolato quanto è stato ad esempio il costo per il mancato sviluppo dei Comuni finiti sotto la pressione militare», concetto ripreso ieri dal parlamentare Roberto Cotti (5 Stelle), Sono tutte richieste importanti e che il ministro Roberta Pinotti pare aver raccolto. I militari invece sono molto scettici e il generale Alberto Rosso, già pilota dell’Aeronautica, l’ha detto proprio negli ultimi minuti della relazione di parte: «Certo, vogliamo dialogare, confrontarci e collaborare, ma per la verità – sono state le sue parole abbastanza preoccupanti per i civili che lo ascoltavano – è difficile oggi un trasferimento o la chiusura dei tre poligoni in Sardegna. Possiamo però rivedere qualcosa d’importante». È in quel momento che, nell’aula magna della Cittadella dei militari, si è materializzata la quarta erre e anche quella più difficile da mandar giù, in Sardegna: resistere. I militari non vogliono andar via, a meno che oggi, nell’atto conclusivo della conferenza, la politica non metta i generali sull’attenti.

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