Disavventure tra angeli e vampiri
“Solo gli amanti sopravvivono” di Jarmush, il paradiso perduto
Conosciuto in Italia per i due film (“Down by law” e “Taxisti di notte”) in cui diresse – benissimo – Roberto Benigni, Jim Jarmush è un grande regista indipendente americano, figlio di un’epoca, neanche lontana, in cui si potevano ancora fare film totalmente estranei al gusto dominante. Il suo ultimo titolo, “Solo gli amanti sopravvivono”, presentato lo scorso anno a Cannes, è appunto un’allegoria della perdita d’identità del mondo contemporaneo. La forma è fiabesca, a metà strada tra un horror raggelato ed una costante ironia che non si trasforma mai in una risata. I personaggi principali sono due: Adam, musicista underground che non si esibisce mai e vive in una Detroit notturna e fantasmatica che evoca Celine. La sua compagna si chiama ovviamente Eve (è Tilda Swinton, bravissima) e vive a Tangeri. La perdita del Paradiso terrestre ha separato anche i progenitori del mondo che sono diventati vampiri e si nutrono di un sangue puro, comprato da medici e infermieri compiacenti. Quello degli umani, ovvero gli “zombi”, è ormai infetto. Adam evoca il genio romantico – un motivo di Paganini ci mette sulla pista giusta – mentre Eve, che lo raggiunge a Detroit e lo porta a Tangeri, , è una creatura angelica, amica di un altro vampiro culturale: William Shakespeare, alias Christopher Marlowe (l’attore è un altro mostro sacro, John Hurt), come viene chiamato nel film, in omaggio alle teorie sulla falsa identità del drammaturgo inglese. In questo trio si nasconde l’eredità del passato, a cui gli zombi-umani non badano affatto.
Eccessivamente manierato, lungo e verboso – ma anche attraente nei suoi percorsi biografico-culturali – “Solo gli amanti sopravvivono” sembra un film dell’underground anni Sessanta, riproposto in una veste lussuosa. Potremmo scommettere sulla nascita e la lunga durata di un culto – non diverso da quello di un Cronemberg o di un Linch – legato a questa pellicola strana e straniata.
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