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«I soldati hanno bisogno di addestramento»

Dall’inviato ; Dall’inviato
«I soldati hanno bisogno di addestramento»

Il sottocapo di Stato Maggiore Borrini contrario alla chiusura delle basi: «Sono indispensabili»

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DALL’INVIATO A ROMA. I generali sono in prima fila. Quando salgono sul palco, mostrano i muscoli, tirano in fuori il petto ma si mettono sull’attenti davanti ai politici. Nei secoli fedeli, e ci mancherebbe altro che non lo fossero. Ma sono anche testardi: non vogliono capire, o fanno finta, che le servitù militari, le loro servitù, possono non piacere ed essere insopportabili per chi le subisce dovunque e comunque. Loro, i generali, sono convinti che nulla, del mondo in cui sono protagonisti e comandanti di truppa, possa essere messo appena controluce, e ancora meno pesato, discusso, contraddetto. Ogni dubbio su quello che fanno, anche in Sardegna, lo tramutano in un’offesa personale, vilipendio alle divise, alle mostrine, ai nastrini colorati delle molte campagne, alla missione per cui hanno dedicato la vita. Vita in grigioverde, è ovvio. Dal palco Giovanni Battista Borrini, sottocapo di Stato Maggiore, è immediato e spontaneo, nel giustificare qualunque gioco di guerra, da Teulada fino a Capo Frasca. Ammette solo (lo farà perché ci sono alcuni civili ad ascoltarlo?) che «per colpire bene il malfattore, dobbiamo per forza addestrarci e all’addestramento non possiamo fare a meno. Capisco, può dare fastidio, ma noi soldati abbiamo bisogno d’impugnare l’arma. Le simulazioni non bastano». Per poi passare alla sublimazione della giubba, con questa frase ad affetto: «Più sudore vuol dire meno sangue», è il suo credo e lo dice a viso aperto, in conferenza. Fosse per lui non taglierebbe un centimetro quadro ai tre poligoni, tuttalpiù ridurrebbe di qualche giorno i mesi delle esercitazioni, ma mai chiedetegli di rinunciare alle basi: «Sono indispensabili», e ha persino ragione quando la Patria pretende dallo Stato Maggiore un esercito di professionisti. Eppure qualcuno (un politico, un ministro?) dovrebbe spiegare al generale anche questo: non tutto quanto i suoi uomini sparano e poi abbandonano può essere giustificato dall’innegabile necessità di «addestrarci». Perché rinunciare a una spiaggia bianca, oppure comprimere da gennaio a maggio e da ottobre a dicembre gli sbarchi simulati in Sardegna, non sono provocazioni e neanche offensive trappole antimilitariste. Bensì è la richiesta legittima, un appello, delle stesse popolazioni capaci di commuoversi fino alle lacrime alle sfilate della gloriosa Brigata Sassari. A invocare i soldati come eccellenti e instancabili salvatori della patria se fanno del bene dopo un’alluvione, o presidiano i simboli dello Stato e prima di tutto della democrazia quando quegli stessi simboli finiscono sotto attacco da parte dei cattivi. No, generale quel suo dire «le basi in Sardegna non sono comprimibili più di tanto, altrimenti potrebbero esserci ripercussioni negative su quanto di buono noi facciamo», è sì una vera dichiarazione di guerra. Al buonsenso, alla voglia che c’è, a Teulada come a Perdasdefogu, di discutere e poi trovare, nella trasparenza, un nuovo accordo sulle servitù militari. (ua)

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