Tecniche inadeguate e incuria dietro troppi ponti crollati
Tante opere del passato sfidano il tempo, le nuove cedono Gli specialisti spiegano le cause di una vera emergenza
SASSARI. Mancanza di una prospettiva proiettata nel tempo. Accettazione passiva del rischio di un’eccessiva vicinanza dei ponti ai fiumi. Impiego di tecniche costruttive spesso inadeguate o rese superate dai cambiamenti climatici, soprattutto in contesti ambientali di potenziale pericolo. E le verifiche sulla tenuta idrogeologica delle opere pubbliche? In gran parte scarse o non idonee.
Nella visione degli specialisti, dagli architetti ai geologi, sono questi i fattori negativi alla base di recenti fenomeni preoccupanti: gli effetti collaterali di alluvioni, cicloni, inondazioni. A cominciare dai cedimenti e dai disastri che stanno accompagnando in modo drammatico i nubifragi in Sardegna, ultimi casi a Sorso e a Santa Teresa.
Gli interrogativi. Sì, perché da mesi alcune domande si fanno incalzanti. Come mai vengono giù strade e viadotti che risalgono all'immediato dopoguerra, o magari solo a 20-30 anni fa, mentre ci sono dolmen e tombe dei giganti che resistono da quasi 4 millenni? Perché il ponte romano sul Mannu, vicino a Porto Torres, è in perfetto stato, e intanto a poca distanza opere recentissime che dovrebbero essere all'avanguardia dell'ingegneria civile si sbriciolano? Per quale motivo il passato ci ha potuto restituire la metà dei 14-15mila nuraghi disseminati nell'isola, coste comprese, e invece oggi persino modesti temporali fanno crollare infrastrutture che avrebbero dovuto mantenersi integre per secoli?
Esperienze. Anche a voler lasciare solo per un attimo da parte le tragiche conseguenze provocate dallo sviluppo urbanistico incontrollato nel centro di Olbia, che deriva da cause precise sulle quali indaga la magistratura, davanti all'avanzare dell'acqua altrove si è visto come gli argini siano a volte inadeguati. Così, da Capoterra alla Marina di Sorso, da Villagrande Strisaili a Santa Teresa, dall'Oristanese a alle zone di Posada e Torpè, quel che si registra ancora oggi è un incessante tam-tam fatto di "se" e di "ma": quel "senno del poi" che solamente adesso spinge a valutare con la massima attenzione i sistemi e le tecnologie da utilizzare in futuro.
Studioso del Medievo. Dice l’archeologo Marco Milanese, docente all’università di Sassari: «Nel tempo si è utilizzato molto il cemento armato che poi si è visto non reggere più a causa dell’usura del ferro e che oggi rappresenta una mina vagante. Ma certo se pensiamo alle mura spagnole di Alghero è piuttosto chiaro come allora si scegliessero malta e calce della migliore qualità per le parti che andavano a contatto con l’acqua. All’epoca, del resto, la vigilanza era massima. Ed erano previsti il carcere o fortissime sanzioni economiche per i costruttori che non facevano tutto in perfetta regola». «Analogamente, nel villaggio di Geridu, vicino a Sorso, dove ho condotto scavi così come ad Alghero, ho potuto constatare che edifici pubblici come la chiesa di Sant’Andrea o il palazzo feudale sarebbero sopravvissuti ben oltre il Trecento se fosse stata garantita la manutenzione dei tetti – rileva l’archeologo – Tetti che in quel periodo erano fatti con un telaio di legname, perlopiù ginepro, il classico incannucciato tradizionale ricoperto da tegole rotonde sarde».
Distinzioni. «Ogni caso, un ponte che crolla o una strada che cede, va analizzato senza generalizzare – sostiene l’architetto Sandro Roggio – Ma alla domanda sui danni agli insediamenti dopo un acquazzone, si può dare una risposta generale. Ci penso da quando ho osservato, con l'aiuto di un bravo idrogeologo, il caso di Orosei, dopo l'ultima alluvione che ha risparmiato il vecchio centro e colpito duramente il resto dell'abitato». «Non traggo la conclusione che le antiche case sono più solide o i ponti romani indistruttibili – prosegue il professionista – Ma credo che dalla saggezza tradizionale su dove e come costruire ci sia da imparare. Perché i saperi si formano in tempi molto lunghi: grazie a chi prova e riprova a sue spese e alla fine tramanda informazioni indispensabili». «Poi arrivano le ricette della modernità, le amnesie collettive e le accelerazioni – prosegue Roggio – Così le tecnologie del passato sono andate in disuso, e i chierici del calcestruzzo hanno garantito sulla sua prodigiosa resistenza. Così oggi sta pagando chi ha creduto ciecamente in queste illusioni e magari ha deciso di farsi la casa ai bordi di un fiume». «Ogni abitazione o infrastruttura che collassa va comunque analizzata per capire le cause, i difetti costruttivi e soprattutto le sottovalutazioni delle calamità e dei tempi di ritorno – sostiene l’architetto – La roulette spiega che lo zero ha una possibilità su 38 di uscire. Ma non puoi giurare che non accada due volte di seguito».
Insegnamenti dal passato. Spiega ancora l’archeologo Alberto Moravetti, specialista in protostoria dell’isola: «Certo, tanti nuraghi sono crollati, e così le sommità di pozzi sacri, come quello di Santa Cristina. Però questo è successo per il saccheggio sistematico delle pietre migliori e più squadrate che nel tempo gli uomini hanno depredato, destinandole ad altre costruzioni». «Ma adesso, di fronte a tanti cedimenti di ponti e di altre opere pubbliche recenti, che cosa dovremmo pensare se un ponte romano come quello di Porto Torres, con i suoi archi decrescenti, posizionato in un punto eccellente per resistere alle acque, negli ultimi decenni ha sopportato addirittura il passaggio di automezzi pesanti? – si domanda Moravetti – Beh, direi che rispetto a quel che si vede oggi c’è davvero di che indignarsi».
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