In Sardegna finisce l’epoca del carbone
Carbosulcis chiuderà nel 2027: negli ultimi dieci anni è costata 420 milioni Nello stesso arco di tempo con 560 milioni la Germania ha risanato la Ruhr
CAGLIARI. La Carbosulcis Spa ha riserve capaci di soddisfare la richiesta di carbone dell’industria mondiale per altri 200 anni ma una vita stimata, anzi certa, di 13 anni, fino al 2027, quando chiuderà per sempre. In poco più di un decennio è costata alle casse regionali circa 420 milioni di euro, centoquaranta in meno di quanto la Germania ha speso per risanare l’intero bacino della Ruhr. Ha chiuso l’ultimo bilancio con una perdita di 42 milioni di euro. Secondo stime approssimative, i fondi impiegati dalla Regione per sostenere la miniera hanno portato il costo di ciascuno dei 520 dipendenti, a circa settemila euro al mese.
La Carbosulcis Spa, dal punto di vista finanziario è stata un pozzo senza fondo, dal punto di vista industriale una miniera che ha prodotto, in media, un decimo delle proprie potenzialità con l’organico disponibile.
Il suo destino è segnato da un piano di dismissione, al momento senza fondi, che approderà al 2027 con la cessazione delle attività e che dovrebbe costare circa 200 milioni di euro. Rimane l’incertezza per la sorte dei lavoratori e le prospettive di rilancio di un’area che, dall’inizio dell’avventura autarchica di Mussolini, nel 1933, si è identificata con le miniere e , più tardi, nel secondo dopoguerra con l’industria.
«C’è un piano che traccia il percorso della dismissione e che intendiamo perseguire – dice l’assessore regionale all’industria, Maria Grazia Piras – . Anche perchè non abbiamo molte scelte. È necessitato anche da una notifica della Ue di 405 milioni di infrazione. Proseguiremo questo percorso, che è già a buon punto, portando in onsiglio un piano finanziario. Accompagneremo la chiusura della miniera nel rispetto dei lavoratori e nel rispetto della buona gestione della cosa pubblica. Quanto prima faremo un incontro con i sindacati per completare la definizione del piano. Dovremo proseguire una strada già decisa ma ci vogliono le risorse finanziarie. Sarà il compito che questa giunta si dovrà porre. Le miniere del Sulcis sono un patrimonio storico inestimabile. Una volta che i siti minerari non saranno più produttivi dovremo valorizzarli, rendendoli appetibili per un altro tipo di economia, a partire dal turismo. Tuttavia da solo non basterà. Di rientro da Bruxelles ho letto, su una rivista belga, un articolo interessante che parlava anche di carbone. Poneva una questione: il carbone non è produttivo, ma non ci dispiace averlo nel sottosuolo. Teniamolo lì, si vedrà in futuro come reimpiegarlo per produrre energia pulita. Idem per la Sardegna. Abbiamo una risorsa, cerchiamo nuove strade per sfruttarla, salvaguardando le competenze tecniche e professionali che l’industria mineraria ha prodotto».
Il “de profundis” per l’industria del carbone non è, tuttavia, solo imposto dall’Europa. È frutto, anche di cattiva gestione manageriale e di voraci lottizzazioni politiche.
«Carbosulcis è un’azienda pessimamente gestita che nel corso di quest’ultimo decennio è stata condotta nel peggiore dei modi – taglia corto Tore Cherchi, delegato del presidente Pigliaru per il Piano Sulcis che porta con sé una dotazione di 624 milioni di euro, parte dei quali dovrebbero essere destinati all’incentivazione del Polo tecnologico del carbone –. La prima causa è che il carbone non viene estratto. Se in una fabbrica non produci, inevitabilmente perdi. Le fabbriche bisogna saperle gestire e la responsabilità prima di questo fallimento è della Regione che ha fatto nomine politiche con una lottizzazione al ribasso. Tutte le miniere di carbone in Europa perdono ma nessuna raggiunge le cifre della Carbosulcis. Dal 2011 sono vietati gli aiuti di Stato alle miniere e dal 2050 tutta la produzione di energia elettrica dovrà avvenire senza emissione di CO2. Bisognerà, perciò, sviluppare tecnologie adatte alla cattura dell’anidride carbonica, per ora nella fase primitiva. L’Unione Europea ammette incentivi per gli impianti di cattura della CO2. Il piano di chiusura della Carbosulcis mette a rischio 1.200 posti di lavoro tra diretti, manutenzioni e indotto. Non sarà possibile recuperarli con la sola riconversione nelle attività turistiche, tenendo conto che il territorio ha bisogno di 7-8mila posti di lavoro per creare una situazione tollerabile, ora camuffata dalla cassa integrazione. In Francia, in Germania, in Spagna, con la caduta dell’attività energetica tradizionale si sviluppano, insieme alle attività turistico-culturali, alternative legate all’energia. Nella zona carbonifera spagnola, per esempio, è sorto il più grande centro di ricerca europeo sulla cattura della CO2. I paesaggi post industriali da soli non sono abbastanza vitali. In Europa si è fatta molta cultura ma non sarebbe bastata senza massicci investimenti nella tecnologia. Bisogna fare turismo ma dobbiamo sapere che il risultato sarà importante ma non sufficiente. Non possiamo dire: buttiamo via l’industria, basterà il turismo».
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