La Nuova Sardegna

Quando al Festival di Olbia erano di casa le grandi star

di GIANNI OLLA
Quando al Festival di Olbia erano di casa le grandi star

Dal 1957 al 1974 in Gallura una vetrina del migliore cinema internazionale

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GIANNI OLLA. «Guarda, quel signore lì, sulla tua sinistra, sai chi è?» «Boo, non lo so, non mi sembra di conoscerlo». «Te lo dico io, è Lee J. Coob, l’attore americano». Un momento di perplessità dell’interlocutore, forse non abbastanza cinefilo. Colui che lo ha indicato con uno sguardo elenca alcuni dei titoli più celebri della sua filmografia: “A sangue freddo”, “Fronte del porto”, “La parola ai giurati”, “Dove la terra scotta”, “Il giorno della civetta”, “L’esorcista”. L’altro annuisce, come per ammettere la sua scarsa confidenza con il cinema.

Al cinema Astra. Siamo a Olbia, nell’ottobre del 1974. Nel cinema Astra – oggi scomparso, dopo un terribile incendio – è in pieno svolgimento la “Mostra del cinema indipendente”, un vero e proprio festival cinematografico con un discreto “glamour” fatto anche di ospiti importanti, e di qualche serata di gala, le cui immagini fotografiche, con tanto di smoking e di elaborate acconciature femminili, sembrano direttamente provenire dalla vicina Costa Smeralda. Il festival nacque nel 1957 come appuntamento annuale del “cinema amatoriale”. Si chiamavano così coloro che filmavano con il formato 16mm o SuperOtto, ovvero i precursori dei filmaker, oggi ben più ambiziosi, ma senza la sapienza da artigiani dei vecchi registi “analogici”. La rassegna era stata ideata da Piero Livi, appunto un regista “amatoriale” molto noto in Italia e in Europa per i suoi corti finzionali tuttora presenti nelle cineteche, compresa quella nazionale: “Marco dal mare”, “Visitazione”, “Il faro”, “Una storia sarda”. Nel 1968 lo stesso Livi avrebbe esordito nel cinema professionale con “Pelle di bandito”, biografia mascherata della carriera di Graziano Mesina.

Antonioni e Moravia. Per ben nove anni la rassegna andò avanti con questa formula che ricalcava il più celebre appuntamento di Montecatini Terme. Poi, nel 1967, si trasformò in un vero festival che comprendeva, nel comitato artistico Antonioni, Moravia, Dessì, Monicelli, Zavattini, Pasolini e che s’impose nell’ambito dei festival minori, con i quali condivideva l’ambizione di legarsi al cinema d’autore internazionale, presentando film più o meno inediti e senza un mercato commerciale, ma girati da registi (da Agnes Varda a Miklos Jancso, da Istvan Gal a Edgar Reitz, da Marta Meszaros ad Alexander Kluge e Jean-Marie Straub) che tenevano banco nel clima delle “nouvelles vagues” europee. Nel 1957 la Costa Smeralda non era stata ancora inventata, ma nel 1967, alla nascita del vero festival professionale, la vicinanza di quel mondo giovò sicuramente alla crescita della rassegna, tanto che vi sono fotografie che documentano l’organizzazione di qualche convegno a Porto Cervo, nonché la figura amichevole dell’Aga Khan che chiacchiera con i giornalisti ospiti della mostra. Complessivamente, la manifestazione durò 17 anni, un record battuto solo da “Una notte in Italia”, il festival che si svolge tra Porto San Paolo e l’isola di Tavolara e che ha celebrato i suoi vent’anni nel 2010.

Una bella anomalia. L’accostamento tra i due eventi è comunque improprio: oggi le kermesse festivaliere abbondano, anche se spesso non si radicano abbastanza da durare nel tempo; negli anni Cinquanta e Sessanta, la rassegna di Olbia era invece un’anomalia, di certo positiva, ma forse troppo in anticipo sui tempi. Si concluse, infatti, proprio nel 1974, l’anno in cui lo scrivente, accreditato dalla Cineteca sarda diretta da Fabio Masala, si emozionò per la presenza in sala del celebre protagonista di “Fronte del porto” di Kazan (interpretava il ruolo del capo del sindacato gangsteristico che, a New York, vuole eliminare lo scomodo testimone Marlon Brando), il regista che lo diresse anche a teatro, in “Morte di un commesso viaggiatore” di Miller. La morte della rassegna fu probabilmente dovuta anche alla sua “ragione sociale”. Nonostante la vicinanza con la Costa Smeralda, il festival fu sempre caratterizzato dalla presenza del cinema d’autore ed anche chi scrive, non a caso, ricorda in particolare due ottime pellicole: “Il sorriso verticale” del francese La Poujade e “La vita nova” di Edoardo Torricella, attore di “Nel nome del padre” di Bellocchio, collaboratore di Carmelo Bene e tuttora esponente dell’avanguardia teatrale romana.

Passato e memoria. Entrambi i film non sono mai stati distribuiti in Italia, e sono, oggi, praticamente invisibili. Si può aggiungere che, nel 1974, la Mostra internazionale del Nuovo Cinema, che si svolge tuttora a Pesaro, cominciava ad affermarsi come punto di eccellenza del medesimo bacino d’utenza e che, naturalmente, la Sardegna fu penalizzata dall’insularità. Ma questa lunga premessa non avrebbe senso se non fosse legata proprio a quella apparizione che, retrospettivamente, fa pensare ad una sorta di “madeleine” proustiana. L’attore americano, la cui presenza era facilmente spiegabile con il ruolo che interpretava, in Sicilia, sul set di “Il giorno della civetta” di Damiani, mi sembrava uscita fuori da una mano di arcivernice – spalmata dal celebre Pier Lambicchi, lo scienziato dei fumetti inventato da Giovanni Manca – sullo schermo di “Fronte del Porto”. Insomma un ritorno all’adolescenza, o più indietro all’infanzia, quando, dopo aver visto i cartelloni cinematografici che annunciavano un film interpretato da Kirk Douglas (ad esempio “Ventimila leghe sotto i mari”) o da Randolph Scott, eroe del cinema western minore, pensavo che forse quegli attori si sarebbero materializzati, a fine proiezione, davanti al pubblico, esclusivamente per il mio piacere, nonostante le centinaia di persone che mi facevano compagnia e nulla sapevano del mio segreto.

Il sogno di Pier Lambichi. Eppure non ero più né bambino, né adolescente: già compilavo le schede del Cineforum, e di lì a pochi anni, avrei frequentato festival ben più celebri come Venezia, Pesaro, Torino, Sorrento, Nizza. Avrei intervistato, professionalmente, personaggi ben più celebri; a Cinecittà, durante la pausa di un convegno, sarei stato guidato nel mitico Studio 5, dove avrei chiacchierato per pochi minuti con Fellini, che, visto da vicino, mi ricordava uno zio buonissimo, ricco e generoso che passava spesso a casa; a Venezia mi sarei emozionato al solo vedere Ingmar Bergman, etereo, pallido, quasi incorporeo, che voleva sfuggire a coloro che volevano fargli delle domande. Ma il sogno di Pier Lambichi e della sua arcivernice non tornò mai più.

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