Sul Carso nasce il mito della Brigata
L’iniziativa: sul sito della Nuova i diari dei soldati italiani al fronte. Oltre 10mila i sardi partiti e mai più tornati a casa
di Manlio Brigaglia
Chissà quanti saranno, tra le centinaia di questa straordinaria operazione di “guerra raccontata”, i diari firmati da sardi. Il mio pronostico dice pochi. Per almeno due motivi: perché fra i quasi centomila sardi che andarono alla guerra la percentuale di analfabeti era superiore al 60 per cento, e a questa va aggiunto un altro 20 per cento di analfabeti di ritorno.
In tutto, meno di 20mila uomini capaci di scrivere (che molte volte voleva dire soltanto saper mettere la propria firma).
Quanto a leggere, molti sardi che erano rimasti in paese leggevano il giornale, ma per interposta persona. La… biblioteca impropria era il negozio del barbiere. Lì ogni giorno c'era qualcuno che comprava il giornale e lo sapeva leggere: e lo leggeva a una piccola folla fatta non solo di clienti in attesa del taglio di barba e capelli, ma principalmente di soli ascoltatori interessati a sentire come andavano le cose del mondo.
Quel tipo di audience aumentò proprio nei tre anni e mezzo di guerra, prima di tutto perché quasi tutte le famiglie avevano qualcuno al fronte (marito, figlio, padre, forse talvolta perfino il nonno, perché fra i sardi che fecero la guerra grande molti avevano fatto, cinque anni prima, anche quella di Libia), e poi perché i due quotidiani sardi ripubblicavano pari pari gli articoli degli “inviati speciali” dei grandi giornali continentali, come “Il Corriere dalla sera”, “La stampa”, “Il giornale d'Italia”, “Il secolo” e perfino “Il popolo d'Italia” di Mussolini.
Quegli articoli entusiasmavano e in parte consolavano chi li sentiva leggere e in parte, quando l'eco ne tornava al fronte, inorgoglivano i combattenti nelle trincee.
«Farsi onore in guerra» – ha scritto una volta Michelangelo Pira – era soprattutto farsi onore non tanto contro il nemico quanto nel confronto con gli altri italiani vicini di trincea. Come diceva il loro canto più famoso? «. Non de cherimos de continentales / pro che leare su trinceramentu / Su centuchimbantunu reggimentu / cun su chimbantadue tott'impare».
Era l'eco delle micidiali giornate d'ottobre-novembre sul Carso, quando la Brigata Sassari (reggimenti 151 e 152 Fanteria) era stata chiamata a fare l'impresa impossibile: conquistare un pezzo di terreno non molto più grande di una tanca, dove però diverse formazioni dell'esercito italiano avevano fallito l'assalto a piccole trincee senza nome, battezzate per certi loro particolari, la Trincea dei Razzi, la Trincea delle Frasche, la Buca dei Bersaglieri.
Tanto per avere un'idea di cos'era la guerra di trincea, le Frasche e i Razzi costarono alla Brigata, fra il novembre della prima conquista e il febbraio del consolidamento 31 uffciali morti e 37 feriti, 263 soldati morti e 1700 feriti, più 256 “dispersi” (cioè uomini scomparsi nelle tempeste degli assalti e di cui non si trovò più neanche il corpo).
Quell'impresa era valsa alla Brigata la citazione nel bollettino del Comando Supremo che aveva parlato degli “intrepidi Sardi” della Brigata e la circolare con cui il Comando autorizzava chi lo volesse a passare dal suo reparto direttamente alla Brigata, che fu così (come gli alpini, si dice sempre) l'unica formazione a base regionale: un intero popolo, una «tribù in armi», avrebbe scritto Camilllo Bellieni.
I riposi erano brevi: più d'una volta la Brigata si ribellò all'ordine di tornare in trincea prima che il periodo fosse interamente trascorso.
C'era poco tempo per scrivere: e chi sapeva scriveva lettere a casa per conto di tutti i compagni che non sapevano scrivere, raccontando il poco che si poteva raccontare, perché sui nomi dei luoghi e anche sui combattimenti la censura ci andava giù pesante.
Il mito della Brigata sarebbe nato un po' più tardi dai racconti che avrebbero fatto ai figli, ai nipoti e i compaesani i reduci da quel “macello permanente”: l'88,60 per cento di quelli che erano partiti, i nomi degli altri sono nelle lapidi di ogni paese dell'isola.
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