Udienza a porte chiuse per la Piredda
La supertestimone parla del suo rapporto con Rifondazione, tra frizioni e una riconciliazione chiusa con 60mila euro
CAGLIARI. Difesa al contrattacco. Ma a porte chiuse. Tutti fuori dall’aula quando l’avvocato Agostinangelo Marras, difensore di Giuseppe Atzeri, ex capogruppo del Misto e unico imputato anche dell’accusa di mobbing, ha iniziato il controesame di Ornella Piredda, superteste nel processo sui fondi al Gruppo misto che vede alla sbarra 18 consiglieri regionali della XIII legislatura della Sardegna.
Le ragioni? Alcune domande riguardavano una vicenda che il legale di Atzeri ha ritenuto di dover tirare in ballo, ma antecedente ai fatti contestati nel processo. La testimone è stata invitata a spiegare l’origine di una conciliazione effettuata col gruppo di Rifondazione comunista avvenuta nel 2004.
Tutto era nato da una controversia con l’ex capogruppo di Rc Luigi Cogodi. Roba di quattordici anni fa. Poi risolta appunto in sede di conciliazione quando, nel 2004, all’ex funzionaria erano stati riconosciuti circa 60mila euro. La testimone ha dovuto spiegare l'origine della conciliazione effettuata col Gruppo di Rifondazione, facendo capire ai giudici che all'origine del mobbing, datato dal 1999 al 2003, ci sarebbero stati i suoi rifiuti all'interesse personale manifestato dall'allora capogruppo Luigi Cogodi. Da qui la richiesta della Piredda, accolta dai giudici della prima Sezione, di procedere a porte chiuse. La vicenda Cogodi-Piredda era stata l’ultimo atto della precedente udienza del 27 giugno, appena una settimana fa. Quella nella quale l’ex funzionaria aveva raccontato in lacrime e ripercorso i momenti più tristi della sua carriera alla Regione dopo che si erano incrinati i rapporti con il capogruppo Atzeri. E ieri si è ripartiti proprio da lì, dalla vicenda Cogodi. La richiesta di rievocazione dei fatti è stata ritenuta pertinente. Ma evidentemente davanti alle questioni delicate si è deciso chiudere le porte al pubblico. Per poi riaprirle quaando sono stati sentiti altri testimoni. Per il momento può bastare: si proseguirà il 24 ottobre. Drammatica la penultima udienza che aveva visto protagonista proprio Piredda. «A fine 2008 venni trasferita di stanza – aveva raccontato – mentre ero in malattia dal secondo piano, dove era il Gruppo, al quinto. Nessuno mi disse nulla prima, e non vedevo l’urgenza del trasferimento». Nel racconto in aula del 27 giugno anche il dettaglio di una linea telefonica da riattaccare. Una funzionaria si era anche offerta di far riattivare il servizio, aveva ricordato l’ex dipendente regionale. «Ma le risposi – ha aggiunto in aula Piredda– che non volevo che avesse problemi per colpa mia». Testimonianze che erano servite a ricreare il clima di quei giorni. Decisamente bui per la protagonista.
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