La Nuova Sardegna

«Nel silenzio delle isole dove nascono le storie»

di Fabio Canessa

L’incontro con la scrittrice islandese Audur Ava Ólafsdóttir

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INVIATO A GAVOI. Una grande isola, lontana da tutto, scarsamente popolata. No, non si parla della Sardegna ma di un'altra terra molto più nord: l'Islanda. Arriva da lì Audur Ava Ólafsdóttir e sarà per quelle similitudini tra le due isole, ma le sono bastate i 130 km tra l'aeroporto di Olbia e Gavoi per sentirsi a casa e innamorarsi della Sardegna. «Da tanti anni volevo venire a visitarla e sono molto felice di essere qua. Ci tornerò con la famiglia», racconta in un sorprendente italiano frutto di un vecchio soggiorno di pochi mesi a Bologna: "Trent'anni fa per studiare storia dell'arte" (materia che ora insegna all’università di Reykjavík, ndr). La scrittrice al festival presenta il suo ultimo libro appena pubblicato da Einaudi: "L'eccezione". Protagonista una donna che dopo undici anni di matrimonio viene lasciata dal marito che si scopre innamorato di un uomo.

Il libro parte subito con questo coming out. È stato il punto di partenza anche dell'idea del romanzo o com'è nato?

«Ci sono in realtà diverse idee dietro la nascita di questo romanzo. Volevo da un parte scrivere un libro sull'arte di scrivere, creare un contrasto tra il libro che è un mondo organizzato, con le sue leggi, con un inizio e la fine, e la vita che è caotica, fatta di imprevisti. E volevo anche scrivere un libro sulla memoria. Avevo bisogno succedesse qualcosa subito all’inizio del libro che spingesse la protagonista a ripensare al passato».

Non è la prima volta che mette al centro i rapporti familiari e la crisi matrimoniale.

«È vero. In "La donna è un’isola" però non era questo punto il cruciale. Era un libro sulla sensibilità femminile, sul corpo della donna, la natura femminile e la natura come paesaggio. La Sardegna o l'Islanda hanno in fondo dei contorni come un corpo».

Un altro elemento che torna è la cucina. Si tratta di una sua passione?

«È un malinteso. Tutti pensano che io sia una grande cuoca e le riviste straniere mi chiedono pure le ricette. So cucinare, ma preferisco mangiare».

Come vivete voi islandesi la condizione di isolamento geografico?

«Gli islandesi non vivono questa lontananza come un isolamento. Oggi c'è la tecnologia. L'Islanda è come la Sardegna, un'isola delle storie. Siamo pochi, indipendenti da tanti decenni e abbiamo una nostra lingua».

La questione della lingua è molto sentita anche in Sardegna. Esistono politiche specifiche per salvaguardarla?

«Sì, per esempio si devono sempre costruire nuove parole. Penso, non so, al termine televisione per il quale ci siamo inventati una parola in islandese. Non si utilizza l'inglese».

Oltre la lingua, la condizione insulare contribuisce a far mantenere vive le tradizioni. Entrano anche queste nei suoi romanzi?

«Secondo me l'isolamento non produce originalità nel campo dell'arte. Diventa nazionalismo. Gli islandesi hanno sempre avuto rapporti con paesi stranieri. Nascono da qui anche le saghe tradizionali. E per essere considerati davvero come una persona matura si deve partire per poter ritornare. È un tema credo che tocca tutti gli scrittori nati nelle isole. Io ho vissuto dieci anni all'estero».

Cosa ama di più dell'Islanda?

«Il silenzio. Nel silenzio nascono le idee».

Una cosa che invece non le piace?

«Il vento. Non fa tanto freddo, ma tutto l'inverno c'è vento».

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