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Wu Ming e la Rivoluzione francese

Wu Ming e la Rivoluzione francese

Incontro ieri mattina con gli autori de “L’arma dei sonnambuli”

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LODINE. Dopo aver incontrato qualche anno fa "colui che non parla", questo il significato del nome di Mo Yan, il grande scrittore cinese che in seguito avrebbe vinto il Nobel, il pubblico del festival letterario della Sardegna accoglie i "senza nome".

Il termine Wu Ming sta proprio a significare questo in mandarino. Ma di cinese c'è solo il nome. Perché dietro il particolare pseudonimo c'è un collettivo di scrittori tutti italiani.

Due di questi, Wu Ming 4 (Federico Guglielmi ) e Wu Ming 5 (Riccardo Pedrini), sono i protagonisti dell'incontro nella piazza San Giorgio di Lodine che torna a ospitare uno degli appuntamenti del ricchissimo programma del festival l'Isola delle Storie che ha casa nel vicino comune di Gavoi.

Si parla ovvimente del nuovo romanzo del collettivo, "L'armata dei sonnambuli", ambientato a Parigi negli ultimi anni del XVIII secolo, subito dopo la Rivoluzione Francese. Un lavoro preceduto da un lungo lavoro di ricerca.

«Ci siamo basati - raccontano i due autori - soprattutto su fonti primarie più che sull'elaborazione degli storici. Controllando scrupolosamente quindi gli archivi, leggendo documenti, i giornali dell'epoca».

Un lungo lavoro di ricerca che trova poi nella formula del romanzo il miglior modo per restituire al lettore la temperie del periodo storico cui si fa riferimento. Per caratterizzare personaggi e luoghi diversi il collettivo si è come inventato un linguaggio.

«Abbiamo fatto un lavoro significativo di differenziazione dei registri linguistici - spiegano i Wu Ming - Si possono così ritrovare parole dialettali, parole francesi italianizzate o altre che virano sul tedesco, per esempio quando si tratta di Mesmer». Le teorie dello scienziato austriaco, che hanno dato vita al mesmerismo, hanno un ruolo importante nel romanzo.

Molto ruota infatti sul magnetismo e gli studi che fiorirono all'epoca. Magnetismo che finisce per essere metafora della rivoluzione stessa, vista in maniera fluida, senza un'immagine univoca come sembra venire fuori dai libri di storia. Così anche il periodo del Terrore, che nell'immaginario collettivo è un momento dall'atmosfera plumbea, non risulta esattamente così.

«Ci interessavano - sottolineano i due scrittori - le vicende umane dentro la Rivoluzione, far agire i personaggi dentro quel contesto dove sicuramente furono importanti quei grandi protagonisti che tutti conosciamo, come Robespierre o Danton, ma anche senza di loro la rivoluzione ci sarebbe stata lo stesso». Alchimia collettiva, dove lo volontà del singolo è importante ma non decisiva, quella grande Rivoluzione presentava verità politiche valide ancora oggi, ma mai del tutto raggiunte: «Il problema dei rivoluzionari è che alla fine non rivoluzionano mai del tutto loro stessi».(f.c.)

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