La Nuova Sardegna

Il tirocinio per la vita del piccolo Turambo

Parla l’autore de “Gli angeli muoiono delle nostre ferite”

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Un tirocinio della vita, un romanzo di educazione sentimentale ambientato dell'Algeria coloniale degli anni Venti,-Trenta: “Gli angeli muoiono delle nostre ferite “di Yashmina Kahdra (Sellerio) - pseudonimo dello scrittore Mohammed Moulessehoul - ci racconta la storia di Turambo, un bambino che nasce nella totale deprivazione intellettuale, culturale e sociale, e nel suo cammino si imbatte in tutti i paradossi del mondo mentre cerca, senza arrendersi, il suo posto nella vita.

La povertà che Kahdra descrive pare trascenda il tempo e i luoghi del nostro pianeta.

«Certamente- ci conferma lo scrittore che da tempo vive a Parigi e gira il mondo per presentare i suoi romanzi - la miseria è sempre uguale a se stessa. Mi riferisco alla nudità della carne e dello spirito. Mi identifico abbastanza con i personaggi che si trovano a vivere in queste situazioni, nella letteratura come al cinema: i film che mi hanno segnato di più sono “La strada” e “Ladri di biciclette”. In queste pellicole ho ritrovato il mio universo, quello nel quale sono nato e ho vissuto per tutta la mia infanzia».

Turambo, dalla campagna va in città. All'inizio la vede come un luogo fiabesco di coabitazione di genti diverse. Arabi, ebrei, spagnoli. Ogni comunità ha un talento da mostrare, che comunica soprattutto attraverso la musica. Improvvisamente appare il razzismo feroce.

«In Algeria il razzismo è sempre esistito fin dall'epoca della dominazione romana. I romani hanno introdotto un sistema di signoria per attuare la tradizione dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo. E' indispensabile 'deificare' se stessi per garantirsi un dominio permanente sugli altri. E così è stato attraverso le epoche storiche. Turambo in campagna si trova in mezzo agli autoctoni, algerini colonizzati: miserabili che non hanno futuro, perché non hanno scolarizzazione. Si rende conto che esiste un altro mondo e la città di Orano si presenta ai suoi occhi come un magnifico mosaico d comunità diverse che vivono fianco a fianco. L'unica maniera che hanno di identificarsi questi poveri è la musica. La musica è quello che li coinvolge tutti. Quando si fa musica si è generosi. Il razzismo si presenta fra i più ricchi, tra i dominatori. Quando si vive sotto un giogo coloniale non si sfugge a questa regola: è sempre così, tuttora. Vale per tutto il mondo; queste comunità si reggono in piedi e stanno assieme soltanto unite da un filo musicale; è quello che serve loro per provare la loro umanità».

La guerra è presente nel libro attraverso i reduci.

La guerra non assomiglia a niente, lei fa dire ad un suo personaggio, ha qualcosa di tutti i peggiori incubi, ma non c'è incubo che possa riassumerla.

«Dice esattamente quello che penso. È la a mia perdita di speranza di fronte alla guerra e insieme il mio rifiuto assoluto di abbandonarmi a quest'assurdità. La guerra è il fallimento del buon senso: non c'è nessuna causa al mondo che meriti la vita dei propri figli: è un perfetto non senso».

Un tema molto trascinante del romanzo è il pugilato. Lei racconta incontri avvincenti anche per chi non è addentro a questo sport. Turambo grazie alla boxe diventa un idolo, riesce ad affrancarsi, ma mai del tutto.

«E' vero, Turambo non si libera mai completamente, neanche attraverso la boxe. Il libro è ambientato nell'Algeria sotto il giogo coloniale; per un algerino c'erano ben poche possibilità di tirarsi fuori dalla condizione di dominato. I giovani erano destinati a vivere come pastori. Lustrascarpe o domestici se andavano a vivere in città. Lo sport per chi era in questa condizione era l'unica via per poter innalzare un po' il proprio tenore di vita. Il ring della Boxe era un luogo attorno al quale si riunivano appartenenti di tutte le comunità: ricchi poveri, appartenenti a gruppi etnici diversi. La lotta per la sopravvivenza si riduce in modo simbolico a un quadrato. La vittoria sul ring è quella che consente nella realtà degli anni 20 e 30 di dimenticare la sconfitta subita nella lotta per la libertà.

Turambo non viene scalfito dalla seduzione del denaro. Gino, l'amico che gli mostra il mondo, in qualche modo sì: non capisce la scelta di Turambo quando si tratta di perdere il denaro che gli ha portato una vita agiata.

«Chi ha detto che il denaro non dà la felicità, si sbagliava e aveva ragione al tempo stesso: se il denaro è uno strumento di emancipazione e un mezzo che fa vivere bene, è un bene. Se è uno scopo primario dell'esistenza diventa la perdizione stessa: è un dio crudele, più lo servi e più ti deruba. Ti deruba degli occhi, del cuore. Gli uomini arrivano a servire il dio denaro fino al punto di diventare estranei a se stessi. Non penso che Gino che abbia tradito la sua amicizia con Turambo, ha solo capito che con quei soldi si vive meglio; è un pragmatico. Turambo è rimasto un primitivo nel suo rapporto con tanto cose, compreso il denaro.

Sono presenti nel libro personaggi che hanno fatto la storia d'Algeria, come Ferhat Abbas, un nazionalista moderato morto negli anni Ottanta, che cerca di portare Turambo alla sua causa cercando di persuaderlo che una terra non può accedere al rango di nazione se non ha idoli.

«Mi piace fare attraversare i miei romanzi da personaggi realmente esistiti nei confronti dei quali provo gratitudine. Ferhat Abbas e è uno di questi. Rimprovero ai letterati algerini- conclude lo scrittore– il fatto di essere degli smemorati: vedo che si ricordano spesso degli eventi della Storia ma tendono a dimenticare degli uomini e delle donne che ne sono stati protagonisti».

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