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«Presidente Renzi faccia cadere il segreto»

«Presidente Renzi faccia cadere il segreto»

Luchino Chessa, il figlio del comandante: e ora subito una commissione bicamerale d’inchiesta

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SASSARI. Pezzo dopo pezzo, i frammenti di una verità occulta continuano instancabilmente a risalire dagli abissi del silenzio e ad affiorare. Dopo 23 anni lo scenario nel quale si è consumata la tragedia del traghetto Moby Prince si evolve e si complica. Si arricchisce di elementi sospetti che cementano i dolorosi dubbi dei familiari delle 140 vittime. Luchino Chessa, figlio del comandante del traghetto Navarma, non ha mai creduto alle fragili versioni ufficiali e non ha mai nascosto i suoi dubbi sulla verità giudiziaria che arriva a una tragica banalizzazione della strage di Livorno.

«La vicenda del Moby Prince – dice Luchino Chessa – è sempre più inquietante. Emergono infatti particolari che indicano un coinvolgimento sempre più esplicito di azioni di navi militari e militarizzate in forza agli Stati Uniti. Non sappiamo ancora quale può essere stato il loro ruolo, ma sicuramente chi ne era al comando aveva una chiara idea di quello che si stava consumando la notte del 10 aprile 1991 nella rada di Livorno».

«Sono passati più di 23 anni – continua Chessa – e solo ora escono in modo dirompente tracce di conversazioni delle navi militari. Trovo semplicemente incredibile come tutto ciò possa essere successo. Il sistema di ascolto del canale 16 e di altri canali era stato istituito in via sperimentale presso “Livorno Radio”, ma durante le varie inchieste fu trascritto solo il canale 16 di emergenza e, devo dire, anche in modo molto superficiale. La superficialità ha attraversato questi 23 anni di storia, insieme ad azioni di manomissioni, omissioni e ad una fitta coltre di nebbia usata come alibi per spiegare in modo semplice e sbrigativo una strage di proporzioni assurde e che ha oscurato la ricerca della verità fin dal momento della collisione».

Negli ultimi mesi, sulla spinta delle analisi fatte dallo studio di ingegneria forense Bardazza di Milano e su un’interrogazione del parlamentare di Sel Michele Piras, il “caso Moby Prince” sembra essersi riaperto e si procede verso l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta. Per i familiari delle 140 vittime è una nuova speranza di verità. Luchino Chessa, alla luce dei fatti nuovi emersi questi giorni, torna alla carica. Dopo la dichiarazione del premier Matteo Renzi di voler restituire credibilità alle istituzioni “bonificando” dal segreto molti episodi oscuri della vita italiana degli ultimi decenni, il figlio del comandante del Moby Prince aveva lanciato un appello perché anche sulla strage di Livorno venissero aperti archivi riservati e sciolti i vincoli della ragion di Stato.

«Noi familiari delle vittime del Moby Prince, raggruppati nell'Associazione 10 Aprile e Associazione 140 – dice infatti oggi Chessa –, chiediamo con forza giustizia e chiediamo al presidente del Consiglio Matteo Renzi un suo intervento deciso per favorire l'accesso a documenti sui rapporti dello Stato italiano con gli Stati Uniti e con la Nato, ai documenti dei nostri servizi segreti e a tutti i documenti che possano essere utili a far luce sulla vicenda Moby Prince. Inoltre chiediamo al presidente Renzi di appoggiare apertamente la istituzione della commissione d’inchiesta bicamerale e permanente, che non solo deve essere istituita, iter già di per se difficile, ma che deve avere la possibilità di lavorare senza la superficialità e gli ostacoli che hanno caratterizzato il percorso della giustizia ordinaria». (p.m.)

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