La Nuova Sardegna

la recensione

Tra fede, peccato e ossessioni

Tra fede, peccato e ossessioni

Una storia raccontata con stile geometrico e fotografia livida

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SASSARI. Nella paludata situazione in cui si ritrova il cinema italiano - exploit come “La grande bellezza” di Sorrentino non devono ingannare - si può salutare con vivo interesse l’esordio dietro la macchina da presa in un lungometraggio (dopo il corto “Clochard” che aveva ricevuto ampi consensi e diversi premi) di Angela Maresca. L’approccio del regista alla trasposizione cinematografica del breve romanzo di Grazia Deledda è coraggioso e mette in evidenza uno stile audace, fatto di un significativo lavoro di sottrazione, di simbolismo, di geometrie, come poche volte si può notare nel nostro cinema. È proprio il modo in cui viene raccontata la storia, più che la storia in sé che merita l’attenzione dello spettatore.

Al centro della storia c’è il giovane sacerdote Paolo. La madre Maddalena, donna di estrazione popolare, è onnipresente nella vita del prete, in maniera possessiva, protettiva e morbosa. Assiste il figlio, lo consiglia, lo protegge costantemente da tutto quello che lei ritiene il male. Nella vita di Paolo arriva Agnese, una bellissima donna di cui si innamora. Agli occhi della madre una tentazione distruttrice e maligna, che va allontanata al più presto dalla vita del figlio. Paolo alterna momenti di fede e abnegazione, in cui ricorda il perché della sua scelta di fede, ad altri in cui si lascia andare e rinnega tutto in nome dell'amore e della passione carnale. Maddalena vive sulla sua pelle i tormenti del figlio e sempre più spesso i fantasmi del passato giungono a visitarla e ossessionarla. Agnese al contrario è giovane, bella e innamorata, e offre a Paolo la possibilità di una nuova vita. Maresca porta la vicenda di questo triangolo descritto da Grazia Deledda nel suo romanzo ai giorni nostri. Una scelta azzeccata. Come quella delle location (l’Eur). Ambienti freddi e moderni in cui trova riscontro la desolazione dei sentimenti. I luoghi “vuoti”, il modo di posizionare la telecamera, la geometria delle inquadrature ricordano uno dei più importanti e premiati registi degli ultimi anni, l’austriaco Ulrich Seidl. Maresca non insegue il linguaggio della televisione, dando più importanza e valore alle immagini che alle parole. Un’operazione meritevole che forse trova i suoi limiti proprio nella storia di Grazia Deledda, non così forte e coinvolgente. Alla fine del film restano più impresse le inquadrature e gli spazi che i personaggi, ben interpretati comunque da un ritrovato Stefano Dionisi che restituisce bene i tormenti di Paolo, da un’algida Laura Baldi e da una sempre brava Carmen Maura, l’attrice spagnola conosciuta come una delle muse di Pedro Almodóvar. (fabio canessa)

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