La Nuova Sardegna

Addio alla Gordimer Nobel antiapartheid

È morta ieri a novant’anni nella sua casa di Johannesburg

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ROMA. Fino all'ultimo Nadine Gordimer, la scrittrice sudafricana Premio Nobel nel 199, morta ieri a 90 anni nella sua casa a Johannesburg, ha combattuto con coraggio una battaglia personale, quella contro il tumore al pancreas che aveva annunciato di avere lo scorso marzo dicendo addio alla scrittura. Il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia è “Ora o mai piu” (Feltrinelli) del 2012 che racconta una storia del dopo apartheid ma che affonda le sue radici nel prima con protagonisti la nera Jabu di una povera famiglia della tradizione zulu e il bianco, benestante e borghese Steve. Poi è arrivata, nel 2014, la raccolta di short stories “Racconti di una vita”. E il 15 ottobre uscirà per Feltrinelli “Tempi da raccontare”, una raccolta di saggi, articoli e conferenze, scritti nell'arco di mezzo secolo, in cui sono al centro le sue passioni, convinzioni, letture, l'impegno e la lunga lotta di contro l'apartheid.

Figlia di un ebreo russo e di un'ebrea inglese, nata nel Transvaal, nel borgo minerario di Springs a est di Johannesburg, il 20 novembre del 1923, la Gordimer ha più volte detto che la sua sensibilità alle ingiustizie veniva dall'essere cresciuta in Sudafrica. Ma fino all'ultimo ha invitato anche a guardare avanti, al Sudafrica del dopo apartheid, dopo aver vissuto l'euforia della realizzazione di un sogno che aveva paragonato a quello della caduta del muro di Berlino, e consapevole che il razzismo non era sconfitto.

Con il suo stile secco, essenziale, nitido, distaccato ha messo nei suoi romanzi ognuno di fronte a se stesso, a partire dal Toby di “Un mondo di stranieri”, che troviamo nella sua prima opera tradotta in Italia da Feltrinelli nel '61 e scritta nel '58 alla vigilia delle prime rivolte nere organizzate e delle durissime repressioni. Ne “I giorni della menzogna”, la sua opera prima del '53 c'è invece una ragazza che con dolore si allontana dalla sua famiglia bianca, ostile ai neri. Mentre ne “La figlia di Burger” una giovane donna, figlia di un uomo morto in prigione, cerca di fuggire dal suo destino e dal Sudafrica e finisce anche lei in cella.

La famiglia, i bianchi rifiutati dai bianchi, i neri visti con sospetto, il futuro come un'incognita sono i temi al centro della maggior parte dei suoi romanzi e racconti che insieme ai saggi costituiscono una sterminata produzione. Così in “Luglio”, uscito per Rizzoli nel 1984, una famiglia bianca, nei giorni vincenti della rivolta, viene nascosta dal proprio servitore. Mentre in “Sveglia!” del 2006 il protagonista Paul Bannerman è un ambientalista malato di cancro reso radioattivo dalla cura che sta facendo. La costante di tutte le sue opere è «quel coraggio nella vita e talento nelle opere» che dovrebbe essere il credo di tutti gli scrittori, come ricordò invocando Camus nel suo discorso per il Nobel.

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