La Nuova Sardegna

Giovani vite inghiottite dal gorgo dell’odio

di Anna Segreti Tilocca e Silvia De Franceschi
Giovani vite inghiottite dal gorgo dell’odio

La ricostruzione di quegli eventi attraverso le testimonianze dei parenti e i rapporti dei carabinieri

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di Anna Segreti Tilocca

e Silvia De Franceschi

La “disamistade” di Orgosolo, che dal 1906 al 1915 sconvolse il paese barbaricino, trascinò nelle sanguinose vendette anche vittime innocenti. Il primo maggio del 1910, a pochi mesi dall'omicidio di Andrea Cossu, sul quale avevano brutalmente infierito gli assassini, scomparve Giuseppino Aru, un ragazzino di dodici anni che lavorava come custode di un gregge di 15 capretti, al servizio di Costantino Menneas, pastore di 43 anni, fidanzato della sorella.

La mattina il “padrone” lo aveva lasciato nell'ovile di Rio'e Monte per condurre al pascolo le altre capre e, al rientro, verso l'imbrunire, aveva rinvenuto i capretti dentro il caprile chiuso con due tavole di legno, ma del ragazzo nessuna traccia. Aveva chiamato, cercato in giro, nulla. Poi si ricordò che il “servo” gli aveva chiesto di andare in paese a cambiarsi la biancheria, ma lui glielo aveva vietato; in fondo era al suo servizio da soli otto giorni e la biancheria si cambiava alla quindicina! Certo gli aveva disobbedito!

Forte di questa conclusione, aveva smesso di cercarlo. Il 4 maggio, tornato in paese dalla fidanzata Giuseppina Aru, aveva saputo che il fratello si era volatilizzato; così era andato dai carabinieri per denunciare il fatto e, tornato in montagna, aveva ripreso le ricerche. Il brigadiere Angelo Cannas, incaricato delle indagini, ipotizzò che «il ragazzo, assai furbo per la sua età, fosse da qualche parte nascosto per fare i propri comodi». Ma il mese successivo, cambiando le proprie conclusioni, azzardò che la sparizione era legata, in qualche modo, all'assassinio di Andrea Cossu e che «nella scomparsa aveva avuto la sua parte addirittura Menneas, amico degli autori dell'omicidio. Se delitto vi è stato, il corpo può essere stato nascosto in una di quelle numerose buche che si trovano a Rio Monte», concluse il suo verbale.

A febbraio del 1911, davanti al giudice istruttore si era presentata Giuseppina Aru dichiarando che ormai propendeva a credere che il fratello «fosse morto, anzi ucciso».

Anche l'altro fratello, Agostino, che lavorava alla miniera dell'Argentiera, sostenne nel suo interrogatorio: «Si tratta di delitto avvenuto per togliere un possibile testimonio involontario di altro delitto. Certo ne sa qualcosa Menneas, che non parla per timore di vendetta. Così pensano anche altri».

Secondo le voci di paese, la sparizione del pastorello era invece legata alla "colpa" di aver visto un uomo che trasportava sulle spalle il corpo di Giovanni Antonio Corraine, ritrovato poi cadavere, in posizione verticale e a testa in su, nel pozzo della propria casa. Eppure le conclusioni dei carabinieri, avvalorate dal referto medico avevano stabilito, nonostante le perplessità dei Corraine, che si trattava di un suicidio perché il vecchio non aveva retto al rimorso di essere stato il mandante dell'omicidio del nipote Andrea Cossu. Un suicidio comunque anomalo: la domestica trovò, mentre tirava su dal pozzo il secchio, la berritta del padrone che mancava da casa da qualche giorno.

Ma se il vecchio si fosse davvero suicidato il corpo avrebbe creato da subito un ostacolo al secchio; non solo, ma un suicida cerca una morte immediata; e comunque, volendosi annegare in un pozzo di pochi metri di profondità, lo avrebbe fatto gettandosi a capofitto e non in piedi.

A settembre del 1913 scomparvero altri due ragazzi: Nicolò Pisanu, 13 anni, figlio di "Balloreddu", e Pasquale Succu, 14 anni, figlio di Grazia Cossu e di Antonio Succu Muscau, tra i protagonisti principali della “disamistade”.

Il verbale redatto da Francesco Palazzi descrive gli avvenimenti: «La mattina del 17 settembre scompare dalla località "Su Grumene" Pisanu Nicolò, nonostante fosse continuamente sorvegliato da una squadriglia di carabinieri e soldati, essendo figlio di uno dei più terribilmente minacciati dai latitanti. Da buon orgolese anche lui mal soffriva la sorveglianza e tentava spesso di sgattaiolarsela, però poche volte gli riusciva di farlo e con grande sua contrarietà ebbe a dire alla cantoniera di "Su Grumene": «Meglio morto che coi carabinieri». Approfittando di un momento opportuno, si allontanò dai carabinieri, si nascose dai loro sguardi e scomparve e più non fu trovato».

La sera dello stesso giorno si perdono anche le tracce di Pasquale Succu. I due ragazzi sembrano scomparsi nel nulla. I carabinieri formulano varie ipotesi; la prima sostiene che i due ragazzini siano stati uccisi dai latitanti, mentre un'altra dà credito alle voci di paese secondo cui i giovani erano tenuti dai latitanti come ostaggi dopo la recente retata conclusa con l'arresto di una trentina di affiliati al partito dei Corraine.

La memoria collettiva di Orgosolo tramanda ancora una terza, terribile, ipotesi: i banditi avevano affidato i ragazzi ad un latitante, non direttamente coinvolto nella “disamistade”, che in un attimo di rabbia aveva ucciso i malcapitati gettandoli da una rupe del Supramonte.

Sulla sparizione dei tre ragazzi da più di un secolo è calato il silenzio.

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