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l’intervista

Un racconto di perdono e speranza

Un racconto di perdono e speranza

Il regista: «È un progetto che avevo in mente da anni»

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INVIATO ALL’ASINARA. La stanchezza di un mese di riprese e la tensione di dover dirigere il set non sembrano minimamente influire su Gianfranco Cabiddu, disponibile e gentile come sempre. Nel primissimo pomeriggio, dopo aver mangiato un boccone e prima del ritorno dietro la macchina da presa, ci racconta un po’ del suo film.

Come nasce l’idea del film?

«Tanto tempo fa. Dietro ci sono l’interesse per Shakespeare, che mi ha sempre affascinato, e l’incontro con Eduardo De Filippo, con il quale ho avuto la fortuna di lavorare».

E perché l’Asinara?

«Quest'isola ha un fascino incredibile. Ricordo di aver fatto un primo giro nel 1999, poi ci sono ritornato tante volte, anche per il festival dell'Asinara. Per me quest’isola non è la periferia del mondo, è stata attraversata, magari di lato, da tanta storia. L’idea era di raccontare temi universali come quelli del perdono, della comprensione, dell'amore e ho pensato fosse lo scenario ideale per questa storia. Una storia che ha un risvolto teatrale, con questa compagnia che accoglie una sfida apparentemente impossibile, che raccoglie una suggestione di De Filippo molto importante: quella di poter recitare un buon teatro di parola, una cosa come Shakespeare, a qualsiasi livello, anche a livello popolare. Per questo il film è colto ma anche popolare. Si ride e si piange».

Che difficoltà ci sono a girare in un luogo particolare come l’Asinara?

«La complessità organizzativa è evidente. Ma lo svantaggio si è trasformato in vantaggio, si è creato davvero un grande affiatamento e complice l’isolamento o la magia di questo posto, un po’ tutti hanno ripreso a sognare. La mattina la prima cosa che facciamo è raccontarci i sogni. La cosa più difficile però è stata forse mantenere il sentimento per questo film negli anni. D’altro canto la storia ha preso sempre più forza dentro di noi, ci ha messo alla prova. Ma come diceva Eduardo: “ Se uno non si mette alla prova, non c'è gusto”».

In che periodo storico è ambientata la vicenda?

«Verso la fine degli anni Quaranta, prima del boom. Mi serviva un’epoca di passaggio, di rinascita, di speranza. Era un periodo dove ancora si poteva sognare con quattro assi di cartapesta per quanto riguarda i teatranti. Ed era possibile che l'isola cadesse nell'isolamento totale. La storia inizia con una tempesta, cade l'antenna radio, e per 7-8 giorni, la durata dell’avventura, non si hanno contatti con il resto del mondo».

Com’è stato tornare al cinema di finzione dopo aver fatto ultimamente soprattutto dei documentari?

«Fare cinema è come andare in bicicletta, non ti dimentichi. Ho la fortuna poi di avere intorno a me persone che conosco da tempo, una troupe con la quale ho già lavorato». (f.c.)

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