«Credo in Pigliaru, scommetto su Renzi»
Il senatore e segretario regionale del Pd parla di riforme nazionali, della Giunta, della maggioranza e del congresso
CAGLIARI. Segretario regionale uscente del Pd e senatore, Silvio Lai è impegnato a Palazzo Madama nel dibattito a oltranza sulle riforme costituzionali. Ogni ora c’è una sorpresa, sono riapparsi anche i franchi tiratori, il governo Renzi è andato sotto: c'è aria di elezioni anticipate?
«Non credo. Ma voglio dire che non ho apprezzato chi ha collegato la battuta d'arresto in aula del Governo con i 101 voti mancati a suo tempo a Prodi per l'elezione a presidente della Repubblica. Non fosse altro perché sono opposti gli interessi: allora c'era chi voleva far cadere Bersani, oggi nessuno nel Pd vuol far cadere Renzi».
È sicuro?
«Il problema non è da noi. È vero che nel nostro partito ci sono alcuni parlamentari che vorrebbero un Senato elettivo e una Camera dei deputati di dimensioni minori, ma lo hanno detto in pubblico».
Allora chi tradisce è Forza Italia, all'opposizione ma in questo casa amica, o il Nuovo centrodestra, in maggioranza?
«Evidentemente c'è un malessere che attraversa altri gruppi della maggioranza e si manifesta con il vecchio rito del voto segreto».
Le riforme si faranno?
«Sì, le differenze sono ormai minime. Io penso, come la maggioranza dei parlamentari del Pd, che la scelta di un Senato delle autonomie sia coerente con le elaborazioni del centrosinistra sin dalle tesi dell'Ulivo, dalle radici del Pd, dunque».
C’è poi il nodo della legge elettorale.
«È un obbligo morale modificare quella approvata dalla Camera. A tutte le istituzioni dobbiamo dare un assetto più plurale e rappresentativo».
Serve più coraggio o più sangue freddo?
«Sangue freddo. Solo così la riforma costituzionale che supera il bicameralismo perfetto si farà e sarà un bene per il Paese. Grande parte della nostra credibilità in Europa, della nostra possibilità di cambiare le priorità in questo Paese, passa anche da come il Pd saprà essere protagonista di questa fase»
Da Palazzo Madama alla Sardegna, da Renzi a Pigliaru: qual è la pagella di Silvio Lai sul governatore?
«Ma i voti non li danno i professori? Secondo me il presidente si è dato un 27 per l'impegno, perché non è mai del tutto soddisfatto. A parte le battute, sono i sardi che devono promuovere chi li governa. La verità è che gli ostacoli trovati sono stati più di quelli che ci aspettavamo e che il presidente lavora con competenza e autonomia indiscutibili».
I rapporti fra Giunta e maggioranza appaiono idilliaci, in Consiglio, ma nel segreto delle stanze i contrasti non mancano.
«Ci sono ancora alcune questioni da registrare, perché, dopo tutto, la compagine di cui parliamo è nata solo ai primi di gennaio, poche settimane prima delle elezioni, pur avendo anni di costruzione alle spalle. È un assetto ancora fresco di fabbrica».
Alcuni partiti alleati criticano i risultati ottenuti dalla Giunta, altri pretendono meno annunci degli assessori e più concretezza.
«La maggioranza ha chiesto già un cambio di passo e il presidente Pigliaru ha riconosciuto l'esigenza di accelerare. Tuttavia non ci sono bacchette magiche nè stamperie sarde per gli euro, quindi serve essere oggettivi per giudicare i risultati».
Oggettivi?
«Non posso non ricordare che arriviamo da anni in cui tra Governo e Giunta il dialogo non esisteva e non solo per responsabilità di Palazzo Chigi».
Cos’è cambiato?
«Oggi la Regione ha riconquistato credibilità, anche grazie al rapporto costruito ad esempio col rispetto puntuale di tempi e impegni nella vicenda dell'ex ospedale San Raffaele».
Basta la credibilità per dire: abbiamo vinto?
«È un buon inizio anche se da sola certo non ci consente di ottenere tutto ma abbiamo fatto grandi passi in avanti: dal Patto di stabilità alla vicenda Tirrenia e spero a breve, cominci la rinegoziazione delle servitù militari».
Del governo Renzi la Sardegna si può fidare?
«Io credo nella limpidezza dei rapporti istituzionali, senza confonderli con quelli personali. Se penso ai presidenti del Consiglio che mettevano la mano sulla spalla al nostro governatore mi vengono ancora i brividi».
Spaventano anche le troppe strette di mano.
«La Sardegna viene prima di tutto, per cui occorre avere sempre una ragionevole diffidenza, vigilare su tutto e dire no quando una cosa non va bene, come nel caso delle servitù militari. Sono diverse le questioni aperte, energia, trasporti, post alluvione, che ci permetteranno di verificare concretamente il trattamento nei confronti della Sardegna».
La minoranza dice tutt'altro e denuncia la svendita della Sardegna.
«L'approccio di questi giorni da parte dell'ex maggioranza mostra in tutta chiarezza che non ha metabolizzato ancora la sconfitta e tanto meno percepisce il contesto difficile in cui vive il Paese».
Gli ultimi accordi Governo-Regione sono ottimi, buoni o appena sufficienti?
«L'alta qualità del risultato ottenuto dalla Giunta sul Patto di stabilità è evidente ma a molti non appare ancora chiaro quanto quelle risorse aggiuntive siano, di fatto, già impegnate a legislatura vigente, e servano invece interventi chirurgici e scelte chiare di spending review. Perché se la quantità della spesa non potrà variare di molto, dovrà cambiare appunto la qualità della spesa».
Come?
«Servono scelte decise e immediate per cancellare la spesa pubblica improduttiva e scelte chiare, visibili e controllabili dai cittadini su infrastrutture e politiche su cui investire. Vale per la spesa regionale e vale, di più, per la spesa delle risorse europee, che in Italia come in Sardegna tende a sbriciolarsi in mille, sconosciuti, rivoli».
Tra le forze sociali il giudizio sulla Giunta è alterno.
«Il confronto con i sindacati è ripreso. Ora si apre una nuova importante fase che era stata rimandata per le troppe emergenze sul tavolo».
Le priorità sono condivise?
«Certo: lavoro, sanità, energia, riforme degli enti locali, semplificazione burocratica fino alle vertenze industriali e ai progetti seri per rilanciare rapidamente lo sviluppo locale. La revisione della spesa sarà la vera sfida».
Anche in Sardegna la stagione delle riforme è un percorso ad ostacoli.
«Fa bene chi richiama il rischio di cadere nella trappola del proporre riforme quando non si ha altro da proporre. Dopo cinque anni di paralisi in alcuni settori, più che fare rivoluzioni, che spesso fanno perdere altri anni, occorre una buona manutenzione e implementare ciò che c'è, mettendo tutti nelle condizioni di rendere al meglio, subito».
Con solo le manutenzioni, c'è il rischio però di tenere tutto ancora fermo.
«Per niente, la vera rivoluzione di cui la Sardegna ha bisogno è quella che non è riuscita a Soru: cambiare la struttura della Regione, rendendola flessibile e al servizio dei cittadini e non dell'autoconservazione della burocrazia. E poi occorre cogliere la riforma degli enti locali, affiancando il cambiamento nazionale con originalità, per evitare un ulteriore accentramento di poteri, che significherebbe dare un'accelerazione inaccettabile al declino demografico del resto dell'isola».
Le strategie alla Regione, gli investimenti ai Comuni?
«I servizi, da quelli scolastici, a quelli sanitari, a quelli sociali, per le famiglie, i bambini e gli anziani, devono essere pensati dalla Regione e poi organizzati, realizzati coerentemente da chi amministra i territori. Se questa legislatura sarà capace di fare questa rivoluzione, se sarà quella che riordinerà la Regione e la sua spesa, se alla fine di questi cinque anni ci saranno più giovani intelligenze al lavoro e meno esclusione, più territorio e meno centralismo regionale, allora avrà avuto un successo vero».
A settembre il Pd sardo va a congresso cinque anni dopo le primarie del 2009.
«Veniamo da anni di risultati elettorali positivi, al di là dell'abitudine al lamento, siamo al governo del Paese, siamo il partito principale in maggioranza e nella giunta regionale, guidiamo le principali città dell'isola, dobbiamo fare il congresso che serve per meritare queste responsabilità».
Che congresso sarà?
«Penso e spero unitario, nel quale tutti si sentano protagonisti, per scegliere insieme la prossima classe dirigente, perché i fatti dimostrano che non si crea dal nulla e neanche basta pescare dalla società civile».
Azzardi l'identikit del prossimo segretario regionale.
«D'istinto, penso che la generazione dell'attuale presidente del Consiglio, quella dei quarantenni, debba assumersi la responsabilità di guidare il Pd sardo. E aggiungo, con l'impegno di aprire questa stagione con un congresso costituente per arrivare a un partito sardo e federato, che resta per me l'unico rimpianto. Era un obiettivo importante e ammetto: non l’ho raggiunto».
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