E per l’ex primula rossa arrivò la condanna all’ergastolo
Il processo per i fatti di Osposidda cominciò in corte d’assise, a Sassari, il 7 luglio del 1968. Per Mesina i capi d’imputazione erano pesantissimi: il sequestro dell’imprenditore nuorese Peppino...
Il processo per i fatti di Osposidda cominciò in corte d’assise, a Sassari, il 7 luglio del 1968. Per Mesina i capi d’imputazione erano pesantissimi: il sequestro dell’imprenditore nuorese Peppino Capelli, il conflitto nel quale restarono uccisi gli agenti Ciavola e Grassia e l’occultamento di cadavere di Atienza. L’ex primula rossa si dichiarò innocente, ma i giudici non gli credettero e lo condannarono all’ergastolo.
Nel processo d’appello, a Cagliari, Mesina insistette nella sua linea. Questa volta, però i suoi avvocati riuscirono a introdurre nel dibattimento due fatti nuovi: la testimonianza dei due medici che avevano effettuato l’autopsia sui poveri Ciavola e Grassia e quella dell’agente Giuseppe Virgona che ribadì esattamente quanto aveva dichiarato sul letto d’ospedale al magistrato Francesco Marcello. Affiorarono così in udienza i deficit organizzativi dei dirigenti di polizia, ma soprattutto che la pattuglia di Virgona, Ciavola e Grassia era stata lasciata sola a fronteggiare la banda di Mesina. Il pubblico ministero incalzò l’agente perché la sua versione dei fatti creava non pochi imbarazzi. Ma Virgona confermò tutto e in uno scambio nervoso con il Pm disse: «Dottore, io a Osposidda avevo un mitra e non un metro». Il 10 aprilo del 1972 la corte d’assise d’appello assolse Mesina dall’accusa di avere ucciso i due agenti nel conflitto di Osposidda, ma lo condannò ugualmente al carcere a vita per effetto del cumulo delle pene. Per il conflitto, infatti, al “re del Supramonte” furono inflitti 24 anni per tentato omicidio aggravato e continuato. La Cassazione confermò poi la sentenza.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google