Il grande show del Leone d’Africa
Manu Dibango protagonista di un elettrizzante live a Baratili
INVIATO A BARATILI. Manu Dibango ferma la pioggia e fa salire la temperatura. Calda e umida, africana. Tutto attorno alla piccola oasi del parco comunale al centro del paese, si delineavano sul cielo, minacciose e lontane le saette. Improvvise come sinistri colpi di flash illuminavano nubi gonfie di pioggia. Quella che abbondante cadeva sull’Oristanese, e anche a poche centinaia di metri di distanza in territorio di Riola, ma non qui. Non si può fermare il Leone d’Africa. Il grande maestro del sassofono, geniale alchimista di suoni e di ritmi che ha dato forma, prima di tanti, a quel contagioso afro soul e beat, diventato poi negli Ottanta mainstream, possiede forse la segreta sapienza di parlare alla natura? Di sicuro sa comunicare, e come, al cuore. La musica del gigante camerunense, cresciuto nell’amore per il jazz di Duke Ellington, raffinato impastatore di groove e melodie di quel ricchissimo continente che è l’Africa, nel suo live per Dromos festival – che ha richiamato nonostante le cattive condizioni meteo oltre un migliaio di fans, e andato avanti per quasi due ore – sa bene come far lievitare il ritmo e spingere a ballare.
Complice una scaletta accattivante che ha offerto un veritiero spaccato della storia di questo ultraottantenne che sulla pista si muove come un giovanotto . E’ infatti quasi un excursus sulla lunghissima storia di un musicista che ha scritto tra le pagine più affascinanti della modern world music (un genere questo che è proprio Dibango ad aprire ufficialmente con la sensazionale hit “Soul Makossa” del 1972 con il quale conosce il successo internazionale).
Dal primo corto circuito tra roots e jazz alla presa di coscienza del meltin pot africano fatto di danze e sonorità che Dibango farà sue nel girovagare tra Congo, Zaire, Costa d’Avorio e, naturalmente, il suo Paese, il Camerun. E’ così una trama di motivi ben costruita sul solco di una leggenda quella che è stata offerta al pubblico sardo. Che dopo l’introduzione cool e dentro il cuore di Mama Africa di “Douala Serenade” (Douala è il luogo dove Emmanuel N’Djokè, cioè Manu Dibango è nato il 12 dicembre del 1933, da padre di etnia yabassi e madre duala), tratta da quel capolavoro del 1982 che fu l’album “Waka Juju”, Manu presenta una delle sue più belle composizioni. Quel “Mouvement Ewondo” che era il lato A di quel singolo che fece impazzire i dancefloor di mezzo mondo, cioè “Soul Makossa”.
Di quell’altra grande passione, quella per il reggae giamaicano, nata nel 1978 quando Dibango collaborò con Sly Dunbar e Robbie Shakespeare a Kingston e culminata con gli album “Home made” e “Gone clear” si recuperano le emozioni nella traccia “Full up” e ancora prima in “Bolingo city” in realtà più recente. Perfetta la band che ha accompagnato Dibango. Oltre alle due coriste Celine Cheynut e Isabel Gonzales allineava sul palco Julien Agazar alle tastiere, Patrick Marie-Magdelaine alla chitarra, Raymond Doumbe al basso e il vulcanico Jacques Conti-Bilong alla batteria. Ed è ancora un avvincente surfare tra atmosfere di afro soul, funky (il contagioso “Bolingo city”) e vertiginosi soli jazz da “Maya Ma Bobe” fino “Jamais Kolonga” con cui Manu saluta lasciando il pubblico al quale resta il rammarico di non aver ascoltato “Soul Makossa” dal vivo come bis, per via di quattro goccioloni che minacciavano tempesta. Ma il Leone aveva già compiuto il miracolo.
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