La fuga disperata di Miguel: da Madrid fino al Supramonte
Il vero nome dell’ex legionario spagnolo non era Atienza: si chiamava Asencio Prados ed era figlio di un impiegato
Di lui si sapeva quello che aveva raccontato Pedro Herraez, suo commilitone alla Legione straniera a Bonifacio e suo compagno di fuga verso la Sardegna a bordo di uno yacht rubato. Herraez disse che Miguel apparteneva a una delle famiglie più in vista di Madrid. Suo padre, l’ingegner Atienza, era direttore della metropolitana della capitale spagnola ed era un uomo molto influente nel regime franchista. Vantava addirittura origini nobili. Aveva vissuto con la famiglia in una lussuosa villa fino a quando, a 17 anni, lasciò la scuola per entrare nell’accademia militare. Poi accadde un fatto che segnò la sua vita: la morte della madre alla quale era molto legato. Miguel non accettò il nuovo matrimonio del padre e fuggì in Francia.
Dopo aver vagabondato per qualche mese, si arruolò nella Legione e fu spedito a Bonifacio, in Corsica. È qui che conobbe Pedro Herraez, spagnolo come lui, e ne diventò amico. Ma i due erano insofferenti alla ferrea disciplina della Legione e decisero così di fuggire. La Sardegna era là, ad appena undici miglia. E una notte lasciarono così la caserma e arrivarono in barca a Santa Teresa. Da qui a Porto Torres e, dopo aver rubato un’auto a Cagliari. Furono fermati a un posto di blocco e arrestati. Finirono nel carcere sassarese di San Sebastiano. È qui che avvenne l’incontro con Graziano Mesina del quale Miguel diventò subito amico e che, l’11 settembre 1966, seguì nella sua rocambolesca fuga, diventando un fuorilegge.
Ma lo stesso Pedro Herraez non sapeva che l’amico gli aveva raccontato non chi era, ma chi avrebbe voluto essere. Nella romantica rivisitazione della sua vita, Atienza disse infatti molte bugie. A cominciare dal suo nome. Non si chiamava infatti Miguel Alberto Atienza Ponte, ma Miguel Alberto Asencio Prados, nato a Madrid il 7 dicembre 1942 da Nicola Asencio Lopez e da Erminia Prados. Il padre non era il direttore della metropolitana, ma un semplice impiegato. Non c’era mai stata una villa lussuosa, ma solo un dignitoso appartamento al numero 10 di Paseos de las Delicias. La scuola prestigiosa, l’accademia, la sua adolescenza dorata trascorsa tra feste dell’alta società madrilena e lussuosi yacht esistevano solo nella fantasia e nelle parole di Miguel.
Solo una cosa era vera: la morte della madre e la rottura con il padre che si era risposato dopo poco tempo con una giovane madrilena, Carmen Castan. Il rancore verso il padre, dal quale si sentiva tradito, innescò una furiosa reazione. Prima i litigi e poi la fuga. Lasciò la Spagna e andò in Francia dove si arruolò nella Legione straniera. Miguel era un giovane tormentato e fantasioso. Nella sua fuga dalla realtà e dal passato immaginava per sè una vita fatta di avventure, di azioni spericolate, di adrenalina. Era questo il ragazzo di nemmeno 24 anni che Mesina incontrò da San Sebastiano. Grazianeddu veniva da una storia violenta di odio e di sangue che lo incatenava al suo paese, Orgosolo. Ma era anche un uomo sfrontato, temerario, in qualche modo carismatico. Miguel scelse il suo destino. Il legame che si creò tra i due diventò forte e il giovane spagnolo sentì che, seguendo Grazianeddu, la sua smania di avventura lo avrebbe portato lungo i sentieri della leggenda. Forse, poi, Mesina colmava quel vuoto esistenziale che lo inquietava da quando aveva rotto i rapporti con il padre».
E così, quando Mesina decise di evadere da San Sebastiano, a Sassari, Miguel lo seguì. Fu un anno furioso. Mesina e Atienza e la loro banda misero a segno alcuni sequestri. Finirono nelle loro mani imprenditori come Mossa e Capelli. Poi, per lo spagnolo tutto finì a Osposidda, nello scontro a fuoco con una pattuglia di baschi blu della quale faceva parte Giuseppe Virgona. Fu proprio Virgona a colpirlo al fianco. Miguel Alberto Asencio Prados morì in una grotta del Supramonte dopo due giorni di agonia. Si disse che Mesina avesse fatto arrivare un chirurgo da Nuoro per salvare l’amico, ma fu tutto inutile. Il corpo di Atienza fu trovato qualche giorno dopo in un sacco di juta nelle campagne di Orgosolo.
Lo seppellirono nella nuda terra nel cimitero di Nuoro. Nessun nome, solo un piccolo cippo di cemento con un numero: 196. Per anni, ogni 2 novembre, una misteriosa mano pietosa ha posato un fiore sulla sua tomba. (p. m. )
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