Tania e Corso a Madrid Partita all’ultimo respiro
La agente della polizia spagnola e il suo collega italiano, ai limiti della legge
di SABOT
Tania si svegliò di soprassalto, la fronte ricoperta da piccole perle di sudore. Pensava di avere urlato a squarciagola ma Felipe, accanto a lei, dormiva profondamente. Si alzò dal letto piano, senza far rumore. In bagno si sciacquò il viso, tentando vanamente di lavar via inquietudini, paure, e sensi di colpa che si agitavano come serpenti nelle sue viscere.
Fissò l'immagine del proprio volto riflessa nello specchio, ancora grondante di acqua gelata. Riuscì a sostenere il proprio sguardo solo per pochi istanti.
Non aveva più alcuna certezza; tutto stava uscendo mescolato da quella centrifuga di eventi e di scelte, una mistura di colori diventati ormai inseparabili che avevano formato un colore indefinibile. Così era accaduto alla sua vita.
Bene e male. Giusto e sbagliato. Plata o plomo. Nulla aveva più senso per lei; sapeva che certe cose non le puoi più fermare una volta che le hai dato l'abbrivio, ed è assolutamente inutile rimpiangere la vita che avevi anche solo pochi giorni prima. Puoi, devi, andare avanti. Assolverti. E darti uno scopo alto, uno di quelli in grado di giustificare ogni cosa, anche il rischio di diventare come… come… Non riuscì a terminare quel pensiero che somigliava tanto a un baratro.
S'infilò la tuta da ginnastica e diede un'occhiata a suo marito; una volta gli avrebbe dato un bacio, sussurrandogli "ciao" prima di andare via. Ma sentiva che quel tempo era oramai lontano. Scivolato via. Come tutto.
L'unica certezza che le era rimasta dormiva nella stanza accanto: Alejandro, il suo bambino, la sua ragione di vita. Si avvicinò e gli diede una carezza. Lui parve sorriderle nel sonno.
«Dormi, amore mio», disse con un filo di voce.
Infilò la pistola nella fondina ascellare, indossò la giacca e uscì. Prima di tirarsi la porta alle spalle diede un'occhiata alla strada. Le parve deserta.
Cominciò con un passo veloce poi, dopo alcuni minuti di riscaldamento, accelerò.
Correre le impediva di pensare.
Di questo aveva bisogno: non pensare più a nulla, non sentire più nulla. Sparire e far sparire tutto per un po'.
Accelerò ancora il passo; finché avesse avuto fiato ci sarebbero stati solo lei e la corsa, lei e la città. Poi si sarebbe fermata, esausta. Allora e solo allora sarebbero tornati i pensieri, come demoni in agguato. Ma almeno per un po' sarebbe stata al sicuro.
L'alba regalò a Madrid una luce calda e soffusa, e Tania sentì sulla pelle il freddo della notte trasformarsi in tepore.
Alla fine della strada vide due ombre appoggiate su un’auto. Pensò che sarebbe stato meglio attraversare. O invertire il senso di marcia. Rallentò il passo. Diede un'occhiata dietro di sé. Un uomo, a una ventina di metri. Non sapeva come fosse possibile. Non aveva tenuto alcun comportamento abitudinario proprio per evitare imboscate. E nessuno poteva sapere della sua inchiesta, perché questa, di fatto, ufficialmente non esisteva. Eppure sapeva che erano lì per lei. Si fermò e aprì la zip della giacca; se doveva morire, tanto valeva farlo combattendo. Estrasse la pistola e tolse la sicura; attraversò la strada, dirigendosi verso un viottolo laterale.
Le due figure si staccarono dall'auto e si unirono all'uomo che l'aveva seguita. Ormai non aveva più dubbi. Avrebbe potuto provare a seminarli, ma era già stanca, e l'adrenalina avrebbe fatto il resto, zavorrandole di piombo le gambe.
Si infilò tra due macchine, tolse la sicura alla pistola e la puntò contro uno dei tre uomini.
«Fermi o sparò!» intimò.
Loro non parvero sentirla.
Ripeté la minaccia, la voce più alta e decisa.
Fece fuoco ma fu come se i suoi bersagli non temessero la morte. Sparò ancora, e ancora, ma più premeva il dito sul grilletto più i suoi nemici si facevano vicini e minacciosi.
Riprese a correre, senza metà. La città non le sembrava più nemmeno Madrid, e la luce che solo poco prima l'aveva illuminata pareva essere stata inghiottita da un buio venuto fuori da chissà dove. Imboccò un'infinità di strade, sperando ogni volta di aver seminato i suoi inseguitori ma ritrovandoli costantemente lì.
Finché non si ritrovò in un vicolo. Davanti a sé un muro. Dietro, loro.
Puntò la pistola e fece fuoco, svuotando il caricatore.
L'ultimo click risuonò metallico e vuoto.
Era finita: tutto era perduto.
Una mano si allungò sul suo viso tappandole la bocca. Altre mani la trascinarono a terra. Scalciò, Tania, e graffiò, aggrappata alla vita con tutte le proprie forze.
Un viso si avvicinò al suo: due occhi privi di compassione e un ghigno di chi prova piacere a infliggere dolore.
«Plata o plomo?» le disse.
Tania scosse la testa, incapace di rispondere attraverso quella mano che ancora le tappava la bocca.
«Plata o plomo?» le ripeté, estraendo una pisola e puntandogliela sulla fronte.
Non ebbe il tempo di rispondere: il tuono dello sparo deflagrò con tutta la sua potenza dalla canna dell'arma che vomitò il proiettile.
Si svegliò di soprassalto, gridando.
Uno dei suoi subordinati aprì la porta, richiamato dalle sue urla.
«Tenente, tutto bene?»
«Sì, devo… credo di essermi appisolata».
«Dovrebbe prendersi qualche giorno di riposo», le rispose l'uomo con sincera preoccupazione.
Tania rispose che ci avrebbe pensato.
Il suo cellulare squillò. Diede un'occhiata al display e fece cenno al militare di uscire. Una volta sola, rispose.
«Hice mi parte», disse una voce all'altro capo. «Puedes iniciar la operación».
Chiuse la comunicazione e si affacciò alla finestra. Madrid era battuta dal vento, e grosse nubi si addensavano in lontananza.
«Corso, il mio collega italiano, ha fatto la sua parte», mormorò tra sé. «Ora tocca a me. E Al signor Hernández».
Aveva accettato il frutto del peccato: l'operazione Padre Nostro era appena cominciata.
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