Con la «Spoon River» di Geridu si riapre un archivio biologico
Tra Sorso e Sassari batterio in uno scheletro di 7 secoli fa Grazie alla genetica ricostruiti spaccati di vita quotidiana
SORSO. Dal cimitero del villaggio medievale di Geridu riaffiorano spaccati di vita perduta. La scoperta della brucellosi in uno scheletro trovato nel borgo, abbandonato dagli abitanti già prima del ’500, fa emergere elementi per ricostruire esistenze quotidiane in tempi lontani. E lo studio sul Dna del batterio di questa malattia rinvenuto qui, sulla vecchia strada fra Sorso e Sassari, fa aprire l’archivio biologico su un mondo scomparso. Di fatto, è una grande botola sul passato: attraverso, si possono osservare nitide le immagini dei nostri progenitori. Case arredate con pochi mobili, galline e capre all’interno, vicino ai depositi degli attrezzi agricoli. La chiesa di Sant’Andrea e il camposanto a poca distanza. Botteghe di vinaioli, gli zilleri di quegli anni. E addirittura le tracce scolpite sulla pietra del filetto, un antico tipo di dama.
Le malattie. «Ma persino dalle infezioni possiamo capire come si svolgevano le giornate dei nostri antenati», commenta Marco Milanese, docente dell’università turritana, responsabile scientifico dell’indagine. Un’inchiesta che l’archeologo ha condotto col biomedico sassarese Pasquale Bandiera, in collaborazione con gli atenei di Pisa e Torino, oltre che un laboratorio britannico per le mappature genetiche. «Il batterio identificato nei resti di un uomo di una sessantina d’anni, piuttosto longevo per quei tempi, era sepolto da 7 secoli sotto le rovine del villaggio e ora ci sta facendo fare passi avanti nelle ricostruzioni della vita quotidiana», spiega Milanese.
Lo studio. Il microrganismo appartiene a una proto-specie della Brucella melitensis. È responsabile dell’infezione del bestiame. In rari casi può colpire l'uomo dando febbre, dolori articolari, affaticamento. «Il suo Dna – prosegue il professore – è stato identificato con una tecnica sperimentale di analisi, chiamata Shotgun Metamegenomics, dai ricercatori britannici della Warwick Medical School di Coventry». E nei giorni scorsi l’esito del lavoro è stato pubblicato su mBio, rivista della società Usa di microbiologia», chiarisce ancora il docente, ricordando che al batterio è stato dato il nome di Geridu 1.
Corsi e ricorsi. Insomma, come nella celebre raccolta di versi del poeta americano Edgar Lee Masters, questa Spoon River prende spunto dalle memorie. Ma qui a parlare non sono lapidi sulle tombe: a Geridu né iscrizioni né epigrafi. A gettare nuova luce sul passato è invece questo report scientifico. «Grazie agli scavi, alle rielaborazioni e ai frammenti di Dna oggi possiamo raccogliere tante storie su questo paese abbandonato e su altri della stessa epoca», afferma l’archeologo.
Le prospettive. Organizzate a schiera sul pendio fronte mare, a Geridu di notte le abitazioni erano illuminate solo dal fuoco acceso all'interno. Del tutto essenziale l'arredamento: uno o più sgabelli, una cassapanca, pochi altri mobili. In un angolo, la dispensa, segnalata dai resti di brocche. A pochi passi, la cucina, con parecchi arnesi e utensili. Decisivi, sempre per rievocare usi e costumi, si sono poi rivelati ulteriori ritrovamenti. Come le armi per la caccia. E, ancora, le finiture di cavalli impiegati per difendersi e combattere. Se diversi secoli fa il paesaggio circostante appariva più boscoso, percorso da ruscelli e fiumi, animato anche da cervi e daini, un altro elemento di rilievo è rappresentato dalle tracce che hanno permesso di capire come Geridu intrattenesse fittissime relazioni commerciali. Quelle stesse che, con i pastori, hanno portato le capre sino nel cuore del piccolo centro, facendone un possibile veicolo per la trasmissione della brucellosi attraverso il latte non bollito.
Trovati decine di scheletri. «Certo le sepolture di quel periodo sono meno ricche che in altre civiltà, ma al di là degli oggetti ritrovati nelle fosse - come monete, anelli e altri piccoli monili - dal cimitero sulla collina scaturiscono altri aspetti utili per la nostra indagine, a cominciare proprio dai resti genetici», osserva ancora Marco Milanese. Altrove, ma nella stessa area, sono stati salvati dall'abbandono residui di ceramiche da mensa valenzane e barcellonesi, anfore catalane, pezzi di giare islamiche, scodelle di maiolica liguri. E testimonianze dei rapporti intessuti da Geridu con famiglie signorili, come i Malaspina.
L’addio. Numerose le cause dell'abbandono del villaggio, che al suo apice contava più di duemila abitanti: la forte pressione fiscale degli Aragonesi, il progressivo impoverimento della comunità, le pestilenze (nel 1362 un'epidemia dimezzò la popolazione), le continue guerriglie con Sassari, gli Arborea, i Doria. «E di sicuro non ha avuto alcuna parte nella decadenza la brucellosi», ribadisce l’archeologo.
Il ritorno. «Oggi molto di questo passato comune ad altri centri sardi scomparsi rivive già a Biddas nel palazzo baronale di Sorso, allestimento per il quale nel 2013 abbiamo ottenuto il primo premio come miglior museo italiano del Medioevo», ricorda Milanese. Secondo il quale i prossimi scavi dovrebbero consentire altre messe a fuoco: «In ogni caso, con queste indagini multi-disciplinari tra loro in sinergia, l’archeologia amplia il proprio àmbito e allarga gli orizzonti di tutti».
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