L’accusa: «Sedici anni a Pierpaolo Contu»
Tribunale dei minori, chiesta la conferma della condanna per il giovane operaio accusato di aver ucciso Dina Dore
SASSARI. Oltre due ore di requisitoria durante le quali ha ripercorso le varie fasi dell’inchiesta, mettendo in evidenza le motivazioni che avevano convinto il gup a emettere la sentenza di condanna. Al termine, il procuratore generale della Corte d’appello del tribunale dei minori, Gabriella Pintus, ha formulato le conclusioni: conferma della condanna a 16 anni per Pierpaolo Contu, 23 anni, il giovane operaio di Gavoi in carcere con l’accusa di essere l’esecutore materiale del delitto di Dina Dore, la casalinga di Gavoi uccisa nel garage della sua abitazione il 26 marzo 2008. Il processo d’appello, celebrato con il rito abbreviato, si è aperto poco dopo le 10 e si è concluso in tarda mattinata. Al termine, il presidente ha deciso di rinviare l’udienza e fissare per venerdì la discussione dei difensori di Contu, gli avvocati Gianluigi Mastio e Mariella Masia. E subito dopo dovrebbe anche essere emessa la sentenza.
L’udienza ha avuto un inizio tormentato con qualche coda polemica visto che non stati ammessi in aula i parenti di Dina Dore, che invece avevano presenziato durante il processo di primo grado davanti al gup il 24 dicembre scorso. Ed è stato invitato a rimanere fuori dall’aula anche il fratello dell’imputato, mentre sono stati ammessi i genitori di Pierpaolo Contu, che è arrivato pochi minuti prima delle 9 a bordo di un cellulare della polizia penitenziaria. Anche per queste schermaglie, il processo si è aperto in ritardo.
Dall’udienza non è trapelato nulla, se non che il pg Gabriella Pintus ha ripercorso tutte le tappe dell’inchiesta sull’omicidio di Dina Dore. Sottolineando tutti gli elementi di colpevolezza che, nelle motivazioni della sentenza di primo grado, il gup Antonio Minisola aveva messo in risalto e ritenuto determinanti per la condanna del giovane. Che si è sempre professato innocente e di essere “vittima di una macchinazione ordita nei suoi confronti da chi voleva allontanare i sospetti da se stesso”. Che poi non sarebbe altro che l’ex amico Stefano Lai, diventato superteste d’accusa. Era stato lui, con la sua confessione cinque anni dopo il delitto di Gavoi, a incastrare Pierpaolo Contu. Ma anche a portare su una pista precisa gli investigatori della squadra mobile di Nuoro e Cagliari che, dopo aver acquisito tutti gli elementi che potessero confutare le dichiarazioni del giovane gavoese, avevano consegnato al sostituto procuratore della Dda, Danilo Tronci, un dettagliato rapporto. Dal quale emergeva al centro dell’inchiesta la figura e il ruolo fondamentale di Francesco Rocca, il marito di Dina Dore. Nelle complicatissime indagini sul feroce delitto della casalinga di Gavoi era emerso che Francesco Rocca sarebbe stato il mandante dell’omicidio. Mentre Pierpaolo Contu, che all’epoca dei fatti non aveva ancora compiuto 17 anni, sarebbe stato l’esecutore materiale.
I difensori del giovane operaio gavoese, gli avvocati Gianluigi Mastio e Mariella Masia, avevano già provato a smontare le tesi accusatorie durante il processo di primo grado davanti al gup, riuscendo a evitare una condanna più pesante. Ma 16 anni di carcere sono tanti per un giovane che si sta appena affacciando alla vita. Nelle motivazioni del ricorso, che ripercorreranno nelle loro arringhe in aula venerdì mattina, i due penalisti nuoresi hanno sottolineato tutte le incongruenze dell’inchiesta e, soprattutto, l’infondatezza delle accuse dei confronti di Pierpaolo Contu. Vittima, a loro parere, di una macchinazione “e infatti non ci sarebbe nulla di consistente nei suoi confronti che possa collocarlo nella casa dove è stata uccisa Dina Dore all’ora del delitto”. Neppure il dna, scoperto e isolato sul nastro adesivo da pacchi con il quale la casalinga era stata avvolta e incerottata prima di essere infilata nel bagagliaio della sua Fiat Uno Rossa, dove era morta soffocata.
Una situazione processuale molto delicata, quella di Pierpaolo Contu, che ha sempre respinto ogni accusa e portato a sua difesa una serie di elementi e di testimonianze, che però non hanno convinto il giudice e neppure gli investigatori. Che invece hanno ritenuto credibile la confessione di Stefano Lai, l’amico che dopo cinque anni di incubi non era più riuscito a reggere il peso di quel segreto così tragico e si era confidato prima con i parenti e poi con gli inquirenti. Consentendo la svolta decisiva all’inchiesta sul delitto di Dina Dore. (plp)
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