La Nuova Sardegna

L’alluvione e la memoria: 10 fotografi in mostra a Bitti

di Paolo Merlini
L’alluvione e la memoria: 10 fotografi in mostra a Bitti

Cinquanta immagini saranno esposte per le vie del paese colpito dal cataclisma del 18 novembre. Poi saranno vendute all’asta

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NUORO. Sono passati quasi nove mesi dall’alluvione che il 18 novembre 2013 ha seminato morte e distruzione ovunque nell’isola. La memoria è vivissima, anzi è una parte visibile del presente perché la ricostruzione è ancora in corso, in qualche caso è addirittura un miraggio. Bitti è stato uno dei paesi del Nuorese maggiormente colpiti: la furia dell’acqua ha messo a nudo le fragili fondamenta su cui sorgevano interi quartieri, costruiti in anni di “spensieratezza” edilizia su canali destinati a raccogliere e convogliare le piogge dalla montagna. Ha provocato anche un morto, il fiume di fango che ha invaso il paese e le sue campagne, inghiottendo Giovanni Farre in un turbinio infernale che non ha restituito il suo corpo senza vita.

«Bitti a memoria» è il nome del progetto artistico dell’associazione Su Palatu Fotografia che vuole farsi interprete di questo dramma collettivo, e insieme offrire un contributo economico per la ricostruzione. Chiamati a raccolta dal fotografo Salvatore Ligios, nove professionisti dell’immagine hanno risposto all’appello donando ciascuno cinque foto, in più di un caso inedite o frutto di un progetto specifico legato proprio al paese che ospita la manifestazione. Sarebbe riduttivo chiamarla mostra, infatti, perché «Bitti a memoria» è anche una sorta di performance, un’idea in divenire: le cinquanta opere saranno esposte all’aperto, per le vie del paese, in punti che ne consentano la maggiore visibilità a qualsiasi ora del giorno, sotto la luce del sole, o della notte, sotto quella dei lampioni. E saranno esposte per quasi due mesi alle bizze del tempo, senza alcuna protezione se non la stampa in una speciale carta fotografica. Infine, il 4 ottobre prossimo, finiranno all’asta, senza alcun intervento di manutenzione, per così dire, nella loro unicità.

Ligios espone una serie di foto che anticipano un progetto al quale lavora da tempo, fatto di ritratti di persone che hanno lasciato la Sardegna, in più di un caso per necessità. È “su disterru”, il disterramento: la separazione di una comunità, il distacco dalla propria terra attraverso l’emigrazione. E proprio alla diaspora bittese, così forte nella seconda metà del Novecento, è dedicato il suo lavoro. Lo stesso Ligios è il più giovane di undici figli di genitori bittesi, i quali lasciarono il paese d’origine in cerca di un futuro migliore.

Al suo appello hanno aderito fotografi sardi e non, in più di un caso nomi noti della scena internazionale. È il caso di Mario Cresci, genovese, classe 1942, il cui linguaggio fotografico si è sempre intrecciato con la ricerca artistica nel senso più ampio, a partire dai rapporti con le avanguardie degli anni ’60 e ’70; o Franco Zecchin, milanese trasferitosi giovanissimo a Palermo e famoso per i suoi reportage sulla mafia. Membro della prestigiosa agenzia Magnum, espone a Bitti un lavoro su Gairo Vecchio, il paese ogliastrino devastato da più alluvioni nei e poi abbandonato dai suoi abitanti nei primi anni Sessanta. Un altro nome di rilievo nella scena internazionale è Marco Delogu, romano ma figlio di genitori sardi (ma anche Cresci e Zecchin hanno qualche isolano tra i loro avi). Direttore del festival FotoGrafia, è un famoso ritrattista ma da tempo si dedica al paesaggio e al racconto di piccole comunità o meglio gruppi sociali: esemplare in questo senso il suo lavoro sui fantini del Palio di Siena. A Bitti espone un proprio cimelio non estraneo alla devastazione dell’acqua: alcune foto da un vecchio album di famiglia, uniche immagini scampate all’allagamento del suo studio romano. Gli altri fotografi di «Bitti a memoria» sono tra i protagonisti della ricerca in Sardegna, ma molti di loro hanno già suscitato interesse ben oltre i suoi confini. È il caso di Giusy Calia, originaria di Lula, nel cui percorso di narrazione fotografica l’acqua è sempre stata un elemento costante ed essenziale. L’ultima sua mostra, “Alchimia dell’immagine”, si è svolta al Mart di Rovereto. Quello di Lisa Biddoccu è invece un progetto site-specific per Bitti. La giovane fotografa ha ripescato ritratti di persone o famiglie che in qualche caso datano mezzo secolo e ha chiesto ai loro discendenti di posare negli stessi luoghi e nella stessa posizione con in mano le vecchie immagini (il titolo è “Scatti e Riscatti”).

Alessandro Cani propone cinque foto emblematiche di altrettante catastrofi ambientali dove la mano dell’uomo, o la sua incuria, hanno giocato un ruolo decisivo: incendi nel Campidano, alluvioni a Segariu, Guspini, Bitti. Anche il progetto di Giulia Casula, artista cagliaritana, ha al centro Bitti. Ha per titolo “Ammentos”, ricordi, ed elabora – visivamente, lavorando sulle lettere che li compongono – alcuni detti del paese tramandati oralmente e trascritti per la prima volta dall’antropologo Max Leopold Wagner. Giovanni Carru, bittese, 34 anni, ha lavorato a lungo in Toscana ed è tornato come tanti in paese nei giorni dell’alluvione. Li racconta in alcune scene di devastazione e nello sguardo verso il nulla della propria nonna. Quello di Gino Puddu, infine, berlinese d’adozione da oltre trent’anni, è un viaggio nella memoria attraverso immagini in bilico tra inconscio e luoghi effettivamente visitati. «Bitti a memoria», che si avvale del contributo delle cantine Vigne Surrau di Arzachena e dell’associazione culturale Su Meraculu, è stato presentato ieri al Man dal sindaco Giuseppe Ciccolini insieme con il critico Sonia Borsato e lo stesso Salvatore Ligios. L’inaugurazione si svolgerà alle 19 di sabato in piazza Pittalis con una serata di festa alla quale parteciperanno i cori a tenore di Bitti e di Orosei, Silanus e Orgosolo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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