La Nuova Sardegna

Bellezza e furbizia femminile La guida di un piccolo paese

di GIULIO ANGIONI
Bellezza e furbizia femminile La guida di un piccolo paese

L’indovina tzia Annetta, la bottegaia tzia Rosa e la levatrice tzia Maria

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di GIULIO ANGIONI

L’antica falcata tutta a onde di Bonaria Mammadorme, certo non era solo sua, ma la feceva al meglio a Fraus, dove adesso tra le cose più cambiate è proprio il passo delle donne. Quando scendeva la scalinata di chiesa dopo messa grande, tenera e bianca come un cuore di lattuga, sapeva di basilico e di menta, come affacciata al petto a balconata. Lasciava tutti senza fiato, e poi, passata lei, per ridarsi un contegno da vissuti, la trattenevano dentro la rete dei commenti, tutti a scherzare sulle tortore acquattate nella blusa di Bonaria Mammadorme.

Per essere così, bella come dev'essere una donna, a lei bastava dormire la notte per rialzarsi la mattina. Quel soprannome, Mammadorme, dice la sua saggezza femminile, in quegli antichi giochi di civetteria, condotti con sapienza fino al giorno della resa, dopo il santo rito.

"Tòccami, Lallo, che mammma dorme", dicono che sussurrava al fidanzato, all'aspettata visita serale, dopo cena. Chissà quando si è accorta che sua madre fingeva di dormire, perché lei, Bonaria, ha avuto quattro figlie, ma nessuna è arrivata all'età di fidanzarsi. Ha gli occhi ansiosi e caldi, pieni di una dolcezza tempestosa, in cima al lutto eterno dei tre figli morti di talassemia: "Mi restano le braccia troppo vuote", diceva a ogni morte di bambino.

Anche su di lei il tempo ha fatto il suo mestiere. Si vede bene qui, uscita dalle mani di Pinuccio Sciola. Poco facile al riso per dovere, riveste ancora il viso di un severo broncio. Ma sfoggia ancora forza, mostra che tutto il pianto a lei non ha sfibrato il cuore, che un giorno l'ha tradita: si è seduta composta su una sedia, come in attesa di qualcuno, che poi è arrivato. E non si è più rialzata.

Tzia Annetta Cieca comperava uova: "Ous, òus!", gridava con la voce tremula. Sensibile di mano e d'orecchio, sapeva dire il giorno e l'ora ch'era uscito di culo di gallina, l'uovo che le vendevi.

Altro che cieca, quella è una veggente, sentenziava il medico dottor Obino. E infatti era indovina e guaritrice.

Ti fanno male i desideri, a te, diceva spesso a donne a cui il cuore aveva dato alla testa.

E con le uova lei guariva specialmente storte, lussazioni, ossa rotte, ferite, gonfiori, foruncoli, misteriosi malanni femminili, con il bianco e col rosso, con la pelle sottile o il guscio duro, con palpeggi e con mosse soprannaturali.

Passava per le case, senza né cane né bastone. Nessuno saprà mai come faceva, lei cieca pulita dalla nascita, a riconoscere le case del paese a una a una, quelle da visitare e quelle che non erano per lei, con polli e senza polli o altri volatili ovaioli, saltando case come quella di Tziu Affònziu Onali, uno che aspettava con la mano sotto la gallina e poi correva con l'uovo ancora caldo a comperarsi il trinciato o il toscanello.

Ma come faceva a riconoscere soltanto al primo tocco le cinque, dieci, venti e cento lire che a quei tempi non erano in metallo? E mai che sbagliasse con il resto, palpeggiando i biglietti, gli occhi vuoti levati verso il cielo, come il giorno prima della notte che il carro della morte l'ha portata via, quando la sera lei ha detto: "Io stanotte muoio".

E come potrà mai la sazietà di oggi giungere a comprendere il bisogno di una volta?

Di tzia Annuntzia resta una casa abbandonata, non c'è più vicina che le dia un'occhiata. Ci vivono gatti che ti guardano con gli occhi di persone morte tempo fa. Era una vecchia grande e secca ed era stata molto bella, poi vedova di guerra, l'altra guerra, ma senza uno straccio di pensione, per cavilli sui modi delle nostre nozze antiche senza sindaco né prete.

Da vecchia la domenica i vicini mandavano i ragazzi a portarle un po' di maccheroni, fregula incasata, un'ala di pollo persino , dentro un piatto coperto con un altro piatto e il tutto avvolto dentro un tovagliolo, per tenerla in caldo, la mandata. Tzia Annuntzia non faceva grandi feste, prendeva e conservava. Ma non lasciava andare senza mancia: un pezzo di pane ricotto quando già raffermo, preso da dove conservava il meglio dei suoi beni. Se era la stagione, ti metteva in mano, come un gran tesoro, un pugno di rubini, chicchi di melagrana del suo albero nell'orto. Poi di nascosto (io però l'ho vista), raccoglieva più sugo che poteva dalla pasta in dono, lo riversava in un bicchiere e lo posava sul comò dove teneva il meglio della casa, come sull'altare. Col sugo risparmiato si condiva le minestre di una settimana.

Così è riuscita a vivere cent'anni meno sette giorni.

Tzia Rosa Tappus, tzia Rosa dei quattro cantoni, virgo virginum, stava sempre nella sua bottega, col fazzoletto in testa e col grembiule, sdentata, dietro il banco, nell'ombra oltre la porta allora sempre non del tutto spalancata, però già scrostata: "Sdentata la vecchia, scrostata la porta", cantavano passando i ragazzacci.

Tanto ci apparteneva a questo luogo antico che se a uno di quei ragazzi capitava di vederla fuori, per la strada, se ne spaventava. Era una bottegaia, vendeva la conserva, cioè pomodoro concentrato, sale, zucchero, steariche e surrogato di caffé. Forse nient'altro.

Anzi no, anche le castagne di Napoli vendeva, quelle secche sbucciate. Ma non sempre. Quando ne aveva, ne dava in mancia ai ragazzini della prima comunione e il giorno della cresima, ne dava in elemosina anche a Licu Licu, sdentato più di lei, e le triturava con le mani adunche.

Ma soprattutto tzia Rosa Tappus aveva quelle file di bottiglie di gazzosa, tipo antico, tutte vuote, allineate dentro uno scaffale, quelle con una biglia dentro il collo, una palla di vetro verde chiaro. Non le vendeva e non le dava. Le teneva lìýtutte bene in fila. Forse per fare spasimare i ragazzini, come succede ai grandi per ragioni misteriose. O forse le piacevano, con gusto da collezionista, e se le guardava, quando non sonnecchiava, come il giorno ch'è morta dietro il suo bancone, comoda come sempre sulla sedia e con i piedi sul braciere.

Tzia Maria Levadora era la prima a controllare che venendo al mondo uno fosse ben riuscito. Lei era addetta a chi nasceva. E diceva: "Strillano il dolore le mie donne. Io lo so, mai che pensino a quel corpicino che maltrattano per ore a testa in giù lungo un canale stretto stretto. Doglie, travaglio. Quali doglie e travaglio! Le doglie vere sono di chi nasce.

E si prendeva cura di ciascuno, prima, durante e dopo che se lo traeva urlante nella vita. Dicevano che usava pratiche abortive, sussurrano di lei le vecchie donne. Oggi si fa per legge, di uccidere la carne dentro il buio del peccato originale, dice triste tzia Antonietta Bigotta.

1/Continua

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