Parenti serpenti, storia di un delitto tra veleno e colpi di randello
di ANNA SEGRETI TILOCCA e SILVIA DE FRANCESCHI Creature misteriose e malvagie sono le protagoniste preferite delle leggende sarde: uomini o donne che si trasformano, spesso col favore delle tenebre,...
di ANNA SEGRETI TILOCCA
e SILVIA DE FRANCESCHI
Creature misteriose e malvagie sono le protagoniste preferite delle leggende sarde: uomini o donne che si trasformano, spesso col favore delle tenebre, in mostri crudeli e sanguinari. Le cogas, streghe con la coda, particolarmente brutte, che realizzano filtri d'amore con le erbe, o portano morte e malattie; non del tutto identificabili con le brujas, belle, selvagge e maghe. Si racconta che le streghe potevano scegliere, se volevano, le sembianze di un gatto o quelle di un insetto. La musca macedda o maghedda (la mosca che fa macello o mosca matta) che assumeva aspetto e dimensioni variabili ed era destinata a custodire tesori nascosti, portando morte e devastazione: alcuni studiosi la identificano con la zanzara anofele, portatrice di malaria, ma i più la descrivono come un insetto mostruoso, talvolta grande come una pecora, il cui lungo e venefico pungiglione avrebbe causato il propagarsi della peste e, di conseguenza, lo spopolamento di interi villaggi. S'erkitu, l'uomo bue, trasformazione punitiva di un uomo che si è macchiato di efferati crimini e allo scoccare della mezzanotte corre rumorosamente nelle vie del paese, per annunciare, con tre lunghi e prolungati muggiti, l'arrivo della morte: lui stesso preda di un incantesimo che svanisce al mattino. Su Traigolzu, simile a un drago, che nella notte tra il 14 e 15 agosto emerge dal mare, in cerca di prede: è meglio non bagnarsi per non esserne rapiti. S'iskultone, un drago enorme con sette teste e una croce in cristallo sulla fronte, particolare che ha spinto alcuni a rassomigliarlo al "re dei serpenti", il mitologico basilisco, rettile dallo sguardo o dal soffio pietrificatore.
Nel 2011, a Torre del Porticciolo (Alghero), un'équipe di paleontologi dell'Università di Pavia e della "Sapienza" ha portato alla luce i resti fossili dell'unico esemplare di sinapside trovato in Italia: grosso lucertolone progenitore dei mammiferi, lungo circa 4 metri, era un erbivoro che 270 milioni di anni abitava l'isola. L'eccezionale ritrovamento ha avuto grande eco non solo dal punto di vista scientifico, ma anche da quello popolare, perché la ricostruzione operata dagli studiosi ricorda quella dell'iskultone. La leggenda del drago che avrebbe popolato l'isola terrorizzando le sue genti ha dunque un fondamento? Certa, invece, la presenza di un insetto capace di provocare addirittura la morte della proprie vittime: è il latrodectus tredecimguttatus, l'argia. I rimedi popolari contro la sua puntura, che produceva febbri, brividi di freddo e talvolta svenimenti, rientrano nella sfera magico-religiosa, e sono legati a rituali diversi a seconda dei luoghi: tra questi quello di infilare il "paziente" in un sacco collocato entro una buca riempita di letame, attorno al quale ballavano gruppi di sette donne, nubili, sposate o vedove, con finalità esorcistiche.
La Sardegna è un territorio poco ospitale per i serpenti e nello specifico per quelli velenosi; ca. use ambientali o climatiche o il distacco dell'isola avvenuto quando la vipera aspis non era ancora arrivata, possono essere la causa del fenomeno. Il Cetti nel suo "Anfibi e pesci di Sardegna", descrive la vipera sarda, differenziandola nettamente da quella verace e velenosa.
Succede però che il 20 dicembre del 1822, a Dualchi, il delegato di giustizia Salvatore Sanna viene avvisato del ritrovamento del cadavere di un uomo che, secondo la voce pubblica, è stato ucciso con il veleno di una vipera. L'episodio assume particolari ancora più inquietanti quando il medico incaricato dell'autopsia, Domenico Melis, viene informato delle modalità con cui l'assassino o gli assassini avrebbero agito: qualcuno avrebbe sciolto addirittura una vipera intera in un fiasco di vino e la vittima, che evidentemente non aveva notato il sapore insolito della bevanda, sarebbe morta subito dopo il primo bicchiere. Nella medicina e nell' esperienza popolare era ben nota anche in Sardegna l'esistenza della Teriaca Magna, (in dialetto triaga), antidoto usato fin dall'antichità per combattere tutti i mali, soprattutto i veleni di fiere velenose. Nella sua composizione figurava, tra gli altri ingredienti, anche la carne di vipera, ripulita dalle interiora, dalla testa e dalla coda; si preferivano le vipere dei Colli Euganei, meglio le femmine, raccomandandosene la cattura poco dopo il risveglio dal letargo invernale. Evidentemente chi aveva sciolto la vipera nel vino non voleva offrire alla sua vittima un rimedio miracoloso.
Il perito che si reca sul luogo del ritrovamento 32 ore dopo la scoperta del cadavere, ne evidenzia la rigidità, ad eccezione di un solo punto. Sul collo infatti, quasi staccato dal resto del corpo, nota una "certa lividezza", originata presumibilmente da "strozzamento". Passato ad un esame più approfondito e opportunamente incisa la parte, rileva la frattura della prima vertebra cervicale, il deltoide, che ha originato una forte emorragia, forse causa della morte. Per stabilire se l'uomo abbia assunto del veleno è però necessaria un'analisi più specifica; all'epoca purtroppo i metodi erano molto meno "scientifici" di oggi, anche se comunque validi.
Aperto l'addome, il perito toglie dallo stomaco una poltiglia biancastra, subito raccolta per l'esame successivo: viene fatto portare un cane che deve cibarsi del "reperto" fisiologico;se morirà, se ne dedurrà che anche l'uomo era morto avvelenato. L'"assaggiatore" viene trasferito in un luogo chiuso e ben legato con una catena, così non può scappare; costantemente controllato da una guardia, non può assumere, almeno entro le 12 ore successive, né acqua né cibo. La relazione di quell'esperimento fa sorridere: non solo il cane resta tranquillo nella cuccia, ma è allegro e vivace - nota il guardiano - e non mostra neanche lontanamente segni di avvelenamento. Alla luce di quest'ultima decisiva analisi, che esclude il veleno della vipera, il perito stabilisce con certezza che la morte dell'uomo è stata causata da un forte colpo assestatogli con un bastone, o altro corpo contundente, all'altezza del collo; potrebbe anche darsi che la vittima sia caduta rovinosamente sbattendo la testa e rompendosi l'osso del collo.
A Dualchi, intanto, le indagini proseguono, portando alla luce la fama di grande bevitore dell'uomo che aveva anche compromesso la serenità familiare maltrattando e minacciando moglie e figli. Così, in seguito alla testimonianza di alcuni vicini, che avevano raccolto lo sfogo dei familiari e alla disperata richiesta di una"soluzione" invocata proprio dalla moglie che non aveva mai fatto mistero delle vessazioni subite, a gennaio dell'anno successivo il delegato di giustizia fa arrestare tutta la famiglia con l'accusa di omicidio. Tuttavia gli elementi raccolti sono ben poca cosa per incastrare i presunti colpevoli. Così la sentenza pronunciata poco tempo dopo dal Magistrato della Reale Governazione, non può che assolvere tutti gli imputati.
Il colpevole non saltò mai fuori, ma in paese per qualche tempo circolò una battuta velenosa: "Sarà stata quella vipera di sua moglie!".
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