La Nuova Sardegna

Un paese da ammirare dal poggio di Seddanus all’ora del tramonto

di Massimo Onofri
Un paese da ammirare dal poggio di Seddanus all’ora del tramonto

Così suggeriva l’autore cresciuto in quel territorio La cittadina ospita oggi il celebre premio letterario

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A Villacidro, capitale del medio Campidano coi suoi 14.000 abitanti, ci vado almeno due volte l’anno per il Premio Dessì: e sempre volentieri. Lo ammetto: mi sono innamorato dei ragazzi, più o meno incanutiti, della Fondazione che allo scrittore s’intitola, il quale, nato a Cagliari, e trascorsa molta infanzia in paese durante la prima guerra mondiale, si trasferì qui definitivamente quando il padre reduce, congedatosi dall’esercito, decise di dedicarsi all’agricoltura. Dicevo dei ragazzi della Fondazione, a cominciare dai due presidenti che vi si sono succeduti: il volitivo e venturoso, allegrissimo Massimo Murgia e il dovizioso, persino tenero, Giuseppe Marras. Poi chi effettivamente la dirige, con saggia e spietata efficienza, con vero gusto per la vita: Mauro Pittau. Infine la soave Stefania Billai: che s’è formata –ne sono stato in qualche modo responsabile - alla Fondazione Bufalino di Comiso e che oggi rende il Premio forse il più amabile d’Italia. Potrei aggiungere – ma non è più assessore- Dimitri Pibiri e un cagliaritano che spesso s’aggiunge alla banda, il mercuriale Duilio Caocci, uomo di rara grazia, uno dei più fini letterati che io conosca, punto di riferimento della giuria. Cosi ce la descrive, Villacidro, un Giuseppe Dessì adolescente (era nato nel 1909) nelle pagine dei “Diari” che s’intitolano “Lettere all’amico mai nato”, in data 13 settembre 1926: «un bel paese» con l’alta cima del Linas alle spalle, «addossato ai primi contrafforti dell’iglesiente, aspri di rocce granitiche e scoscesi, folti a tratti di boschi di querce e a tratti brulli e selvatici», che s’estende a forma di croce, «con lo stipite più lungo rivolto al piano, e la testa al monte», circondato a Nord «quasi a semicerchio da una pineta (…), la più bella dell’isola di Sardegna» e, «alle altre parti», da ulivi, mandorli «e agrumeti e pini e cipressi isolati, spiccanti cupamente sulle altre gradazioni di verde».

Un paese che s’è sviluppato, sino a valle, come assecondando la deposizione naturale dei detriti trascinati dai torrenti e dalle piogge. Per ammirarlo veramente -è ancora Dessì a suggerircelo-, bisogna farlo dal poggio di Seddanus all’ora del tramonto, quando è «bello star soli (…) e pensare», quando la luce cala a precipizio, mentre s’impone, giù in basso, quella artificiale delle strade e delle case, magari là dove, in tre prodigiosi e freschi salti, il Coxinas inventa la cascata Sa Spendula. Sentite cosa scrive il 21 ottobre dello stesso anno: «A un tratto le lampade elettriche si accendono nel paese: pare che tante stelle siano, non viste, cadute dal cielo». Si sussurra che Villacidro sia anche il paese delle streghe. Ma se di streghe si tratta, dovranno essere di quelle in continuo commercio con l’invisibile, poco interessate alle miserie dei vivi. Lo doveva avvertire, questo, lo stesso Dessì, che affidava proprio ai morti una segreta confessione, quanto al suo titanico desiderio di gloria. E’ il 24 luglio 1929: «Io vagheggio un sogno colossale di grandezza, io misero uomo agli occhi di tutti, piccola formica, un sogno di dominio. E voi non potete immaginarvi da quanto tempo, con quanta costanza io mi vado preparando a questo forte avvenire. Già da fanciullo io pensava a ciò: ho vagheggiato sempre sempre la gloria, come il solo bene che potesse allietar la mia vita».

Sarebbe stato il grande storico Delio Cantimori, suo professore al liceo Dettori di Cagliari a leggergli finalmente l’oroscopo. E a consegnarlo al mondo. Ma con Villacidro sempre nel cuore. Così nel 1966, l’anno di morte del maestro: «anche ora, se vado là, mi sento più forte, più intelligente anzi onniscente».

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