La Nuova Sardegna

Cualbu: subito un piano sui debiti degli agricoltori

di Alfredo Franchini
Cualbu: subito un piano sui debiti degli agricoltori

Le aziende nell’isola hanno un debito di 800 milioni di euro da restituire Servono l’intervento della Sfirs e un patto con le banche per aggredire il mercato

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CAGLIARI. La Cenerentola del sistema economico, cioè l’agricoltura sarda, può crescere in due mosse: ristrutturazione del debito che non fa respirare le aziende dell’isola e un Piano di sviluppo che consenta il pieno utilizzo dei Fondi: un miliardo e trecento milioni che arriveranno nei prossimi sei anni. Due mosse su cui la Coldiretti ha proposte chiare, come spiega il presidente Battista Cualbu in questa intervista.

Il comparto agricolo è indebitato per 800 milioni di euro. Un’esposizione maggiore nel settore serricolo (39%), flororivivaistico (19%) ma anche della cooperazione per la trasformazione dei prodotti agricoli, (14%). Come se ne esce?

«Si deve trasformare il debito che oggi è incagliato dal breve a medio e lungo termine. Tutti quei prestiti che gli agricoltori non riescono a pagare dovrebbero essere riposizionati a 10-15 anni».

Una sorta di piano Italsider applicato all’agricoltura, come quello che fu predisposto dallo Stato per salvare l’acciaio italiano. Stavolta servirebbe un Patto con le banche che difficilmente accetterebbero. «Basterebbe attivare un sistema di garanzie attraverso la Sfirs, coinvolgendo a quel punto le banche. E’ un passaggio che conviene a tutti».

Le banche dovrebbero rinunciare alla liquidità immediata per diluire i debiti degli agricoltori sul lungo termine.

«Ma con le garanzie non andrebbero certo a perdere. Tra l’altro il problema del debito è arrivato anche al mondo della cooperazione ed è pericoloso: in Sardegna le strutture associate sono davvero tante e anche in settori che vanno bene come quello del latte ovino o del vino».

La Regione deve fare da regista ma qual è il giudizio sull’operato dell’assessore Falchi in questi primi mesi?

«L’assessore si sta impegnando, sta lavorando ma non mi sembra che abbia una grande sponda da parte della presidenza della giunta».

Solo se si sistemasse la questione del debito, poi, si potrebbe passare alla costruzione di un sistema moderno?

«Sì, ovviamente nessuno chiede che la Regione si metta a vendere i prodotti, deve creare le condizioni perché lo facciano gli imprenditori».

Il Consiglio regionale ha appena varato una legge a tutela dei prodotti sardi.

«E va benissimo ma ora servirebbe un atto sostanziale da parte della giunta per far crescere quel marchio».

L’agricoltura sarda sembra un po’ in controtendenza rispetto al resto del Paese dove l’agroalimentare è tornato a crescere.

«In Sardegna, l’agricoltura è l’unico settore che tiene. La crescita è frenata dalla polverizzazione delle aziende che hanno difficoltà ad affrontare il mercato e soprattutto dall’indebitamento».

Il Piano di sviluppo rurale sarà determinante per dare una svolta e scacciare la crisi. Sul tavolo c’è un miliardo e trecento milioni di euro destinati alle imprese sarde per i prossimi sei anni. Cosa chiedete?

«Innanzitutto vorrei dire quello che non vogliamo. Non vogliamo che, com’è accaduto in passato, quei soldi servano solo per mantenere in vita il settore: dobbiamo costruire un meccanismo serio per la produzione e la commercializzazione dei prodotti».

C’è un po’ di ritardo da parte della Regione su questo Piano?

«La prima fase, che era quella della notifica all’Ue, è partita ma ora manca la parte della costruzione».

Cioè la stesura dei bandi che è poi il cuore della programmazione?

«Su questo bisogna essere chiari: vogliamo che i bandi vengano elaborati non dai Funzionari ma con la rappresentanza dei produttori».

In caso contrario qual è il rischio?

«Che si facciano bandi fotocopia che hanno poca efficacia nella crescita. Andate a vedere quello che hanno prodotto i bandi del quadro 2007-2013. Le politiche sinora messe in campo per il settore non hanno inciso sulle criticità dell’agricoltura sarda»

Ci faccia capire perché non è stato agevolato il ricambio generazionale.

«Le politiche per il primo insediamento hanno destinato dal 1999 a oggi circa duecento milioni di euro con ottomila nuovi insediati. Si non c’è stato un sostanziale ricambio e, di conseguenza, non c’è un cambiamento della struttura demografica delle nostre campagne».

Servono interventi strutturali anche sui Consorzi di bonifica?

«Bisogna ridare centralità ai Consorzi con nuove norme che garantiscano l’autonomia gestionale».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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