Nei nuovi penitenziari tra speranze e tensioni
I sindacati: «Organici e mezzi carenti, guidiamo una Ferrari senza benzina» Successione di chiusure e aperture: tanti ostacoli e qualche aspetto positivo
SASSARI. Dove sono ripiegate le ali della libertà restano aperte tante speranze e mille tensioni. È quel che succede in Sardegna nel pianeta carceri. Un mondo in trasformazione accelerata. Tre case di reclusione destinate alle chiusura: Buoncammino, Iglesias, Macomer (ma per le ultime due si tratta ancora). Altre, nuovissime, quasi pronte. Come Uta, alle porte di Cagliari. Che seguirà a ruota Bancali (a Sassari) e Nuchis, vicino a Tempio, da oltre un anno già operative. Le prime accoglieranno da settembre-ottobre 184 mafiosi e camorristi. La terza ospita detenuti “ad alta sicurezza”. Is Arenas, Mamone, Isili rimarranno colonie penali. E ovunque non mancheranno novità alla luce della mini-riforma nazionale alle porte.
Dimenticati per sempre San Sebastiano e l’Asinara, la Sardegna spalanca le porte a una rivoluzione. Rivoluzione che suscita attese, certo. Ma che fa sorgere interrogativi. Spinge a riflettere su disagi, ostacoli, imprevisti. Alimenta la protesta per la ventilata chiusura di Macomer e d’Iglesias. E, per quel che riguarda l’edilizia, s’incrocia solo sul fronte dei tempi col recente Piano straordinario varato a Roma. Nell’isola gli interventi programmati affondano infatti le radici in misure antecedenti: le stesse che hanno visto in campo imprenditori come Diego Anemone, coinvolto nello scandalo G8, e protagonisti del tutto diversi all’interno del Dap (nella capitale il dipartimento è attraversato da un’inchiesta giudiziaria circoscritta ad altre zone d’Italia).
Dice il vicesegretario regionale dell’Ugl polizia penitenziaria, Libero Russo: «I nostri organici sono insufficienti rispetto alle esigenze. Nei vecchi istituti si aggiungono i problemi di manutenzione, nei nuovi quelli del mancato avvio d’infrastrutture chiave. In questo modo non ci si può chiedere di sopperire a ogni situazione di oggettiva difficoltà solamente con la “vigilanza dinamica”, come la chiamano adesso. Occorrono più uomini. E più mezzi». Negli ultimi mesi si sono succeduti tanti episodi di autolesionismo, soprattutto fra i tossicodipendenti. Seguiti da suicidi sventati proprio dalla polizia penitenziaria. E aggressioni di agenti. O risse tra reclusi. Ancora manca l’accesso a statistiche pubbliche che segnalino un possibile aggravarsi del quadro nell’isola. Ma non è detto che sia così: forse quesi fenomeni sono persino in calo. Ma – come ricorda in modo indiretto Marco Pannella con le sue clamorose proteste su scala nazionale – nel complesso non c’è da stare sereni. «In favore di chi è in cella ci sono di certo buone iniziative in atto: un caso per tutti è quello di Badu ’e carros - ricorda l’avvocato Gabriele Satta, della Camera penale Enzo Tortora di Sassari – Ma spesso i detenuti, oltre che di condizioni migliori, hanno necessità di attività istruttive o ricreative: e non sempre trovano risposte». «Emblematica – continua il legale – la faccenda del campo sportivo a Bancali: dopo un primo finanziamento di cui non si è più saputo nulla, pare che adesso siano stati trovati i soldi per finirlo, ma i lavori non sono neanche cominciati». «Dappertutto, poi, la carenza di organico tra gli educatori causa blocchi istruttori nello smaltimento delle pratiche: nessuna cattiva volontà da parte di chicchessia, però alla fine ne pagano le conseguenze le persone in attesa delle “relazioni di sintesi” per il lavoro all’esterno o per un permesso», afferma Satta.
Francesco Piras, segretario per la Sardegna della Uil Penitenziari, avverte: «Le tecnologie nelle nuove carceri rimangono il frutto di logiche dipartimentali slegate dalla realtà concreta. Non si possono tenere in piedi simili strutture con carenze di personale a tutti i livelli. Mancano agenti. E mancano anche direttori, educatori, assistenti sociali. Per non parlare dei mezzi. Si fatica a reperire risorse addirittura per le cose più elementari. E così ci troviamo a guidare una Ferrari senza benzina». Chi vive il mondo del carcere ne conosce a fondo le criticità. «Criticità nascoste - sottolinea Piras – col presentare all’opinione pubblica l’immagine di un sistema all’avanguardia, che al contrario stenta invece a decollare. Nessuno ha affrontato in maniera seria quest’argomento, analizzando tutto ciò che ruota attorno ai diversi istituti. E la classe politica non si è mai interessata alle opportunità e alle ricadute che queste presenze comportano».
Ma da chi è formata l’attuale popolazione carceraria in Sardegna? Innanzitutto, tengono a puntualizzare gli addetti alle operazioni di trasferimento, va sfatata una leggenda dura a morire: «Al contrario di ciò che si pensa, il numero dei sardi che delinque è inferiore alle medie nazionali sia in termini assoluti sia percentuali». Quindi la gran parte dei reclusi isolani può scontare - e di fatto sconta – la pena vicino a casa. La capienza degli istituti offre però tanti altri posti disponibili, quasi il doppio. Ed è perciò che nelle carceri dislocate sul territorio regionale si fa spazio a detenuti di altre zone d’Italia, a tantissimi immigrati che magari chiedono di lavorare a Mamone o a Is Arenas e, un domani, ai 184 pericolosi criminali al 41 bis che saranno divisi tra Uta e a Bancali.
Gli stranieri rappresentano quasi il 30% del totale. Mentre sono all’incirca 300 su poco meno di duemila i detenuti in attesa di giudizio. Tra i reati prevalgono quelli collegabili al mondo della droga. In prevalenza, si parla di crimini “contro il patrimonio, la persona e la famiglia”. A tutt’oggi solo un caso interessa “l’economia pubblica”: in definitiva, se cercate colletti bianchi in cella, non li troverette neppure nell’isola.
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