La Nuova Sardegna

La migliore amica dell’uomo è la passione per la lettura

di GIULIO ANGIONI
La migliore amica dell’uomo è la passione per la lettura

Un uomo e il suo cane a passeggio intorno all’ex manicomio di Villa Clara

6 MINUTI DI LETTURA





di GIULIO ANGIONI

Non ricordo il nome, ma ricordo bene quel suo eterno pigiama ospedaliero, sotto il trench stropicciato, da tenente Colombo, ma allampanato e calvo, chierica da prelato antico. E sempre con quel suo libro grande sottobraccio, rilegato all'antica di vacchetta stinta.

Sbalestrato dall'abolizione dei manicomi, matto rimesso in libertà, dicevano i vicini. In casa noi eravamo per la legge Basaglia. Ma imbarazzava uno come lui, che non sapeva che farne della libertà, dunque restava a Villa Clara, per forza maggiore, senza un dove andare, tornare in chissà quale paesino dell'interno. Senza statuto, meno del cane sempre dietro, sghembo, che un giorno si è messo ad annusarmi le scarpe: "E' suo?", gli chiedo.

Stringe al petto il libro e dice duro e rapido: "Lui è che mi viene dietro".

"Il cane è il miglior amico dell'uomo", dico io, così, per dire.

Lui fa un inchino e se ne va passeggiando intorno a Villa Clara, il cane dietro, che grugnisce di sfida.

Matto come prima, dicevano i vicini. Marciava preoccupato di chissà che cosa, di quale minaccia, su cui pareva sporgersi ogni tanto a controllare, col suo librone antico sottobraccio. I vicini dicevano che forse era stato, chissà, un artigiano, un impiegato del catasto, un prete, per via di quel libro: breviario, manuale d'estimo di altri tempi, librone ascellare, lo chiamava un vicino.

Il libro ascellare un giorno gli è caduto a terra. Glielo raccolgo, lui era perso in sue vertiginose insicurezze. Lo apro, sbircio il frontespizio: Carta de Logu de Arborèa… Roma… 1805… prima che lui me lo strappi e e via sotto l'ascella: "Su libru 'e su cumandu". E scappa aggrappato al suo libro.

Il libro del Comando. Ho fatto qualche mia ricerca. Ecco, è rispuntato quel Cornelio Agrippa, alchimista, che ha scritto e pubblicato un libro con quel nome, ed è un'iniziazione a evocare gli spiriti, segreto e riservato agli iniziati, in passato materia di delirio di altri folli in tutta Europa. Ma lui la Carta de Logu de Arborèa, scovato forse in una biblioteca del manicomio in disarmo, l'ha fatto perno di equilibrio in questo mondo guasto, senza nemmeno più le sacrosante leggi di Eleonora.

Dalla finestra di casa l'ho rivisto spesso in puntuali passeggiate, librone sotto il braccio, scudo di don Chisciotte. Ma senza più il cane. Un giorno lo rivisto impalato davanti alla vetrina di una libreria di via Campania, perplesso. Ecco, è un analfabeta, decido. Al mio saluto si spaventa: "Bel negozio di libri", dico io, maieutico, "sì, questa è una bottega di libri. Qui tutti li possono comprare, i libri, come il pane e il formaggio".

E me lo porto dentro diffidente: "Venga, non siamo cani in chiesa".

Gli mostro gli scaffali, tiro fuori libri, per ridimensionare quell'unico suo Libro. Lui per vertigine del troppo, suda, quasi geme, sotto lo sguardo della libraia, che ce l'ha con me. Poi me lo porto al bar. A un tavolino, ha voluto bevande colorate: "E il cane?".

Beve menta verde e fa una smorfia: "Cane senza feste, quello, senza scodinzolio".

"Posso?", dico accennando al libro, in crisi di pluralità e forse anche di comando, lì sul tavolino, separato dal corpo e dall'ascella.

"I libri io li scrivo", dico.

Lui si spaventa.

"Posso vederlo, questo qui?" Lo guardo in faccia serio, poso la mano sul librone: "Un libro va letto, se no, che libro è?" Lo sfoglio, con rispetto: "Un libro che nessuno legge non serve, non comanda".

Lui leva gli occhi dal libro su di me, si mette ad ascoltarmi. Capisce. Chissà cosa. Ma capisce. Si butta a raccontarmi, disordinatamente: pastore dai dieci anni, sotto padrone, selvatico, sapeva di ogni erba, di arbusti, di fronde, di pecore e di arieti, di monte, di parti e svezzamenti, di promesse e minacce di ogni cielo. E un giorno grandicello, a festa grande, tutto rimesso a nuovo da sua madre: "Vai, figlio mio, ch'è festa anche per te".

Alla messa cantata ha visto il libro sull'altare, aperto sul leggio, il prete che lo sfoglia, apre le braccia e canta il suo vangelo. E se l'è ritrovato in manicomio abbandonato, Il libro del comando. Ho cercato di dirgli che cos'è, un libro, che parla e dice cose utili e anche belle, se lo sappiamo far parlare. Se no sta zitto. Forse parla solo in silenzio con degli altri libri. Il libro parla solo se tu vuoi, è un amico discreto.

Lui ci pensa su, mi prende in parola: "E un libro si consuma, se lo leggi?"

"No, poco o niente. Tanto si può ristampare, magari riveduto e corretto, cresciuto. Non si consuma un libro. Anzi, più lo leggi e più cresce. Se lo leggono altri cresce anche di più, e gli altri pure crescono. Più il libro è buono, più fa crescere". "Il libro è una cosa potente".

"Potente sì, se sai usarlo bene".

"Più ne prendi e più cresce. E parlano tra loro, veramente?"

"Chi?"

"I libri".

"Sì, certo, parlano tra loro, di tutto, e pure di se stessi".

"Come la gente viva? E poi più si consumano e più crescono? Io mai saputo prima, mai pensato".

"Nemmeno io".

"Non è come col pane e col formaggio, che se lo mangi tu, io non mangio".

Ci ha pensato a lungo. Poi ha considerato: "Ecco perché comanda sempre chi sa leggere e scrivere, chi comanda è chi fa questi mestieri di città, non di campagna. La campagna dà da mangiare solo cose che se le mangio ti non le mangi, e finiscono".

É voluto tornare in libreria, furtivo ma meno titubante. La libraia di nuovo preoccupata: le ho fatto un cenno e lei si è stampato in faccia un sorriso stentato. Lui, la prima cosa che ha fatto, il suo librone lo ha messo in compagnia degli altri libri. Il libro del comando, in antica vacchetta, rilegato, faceva un figurone in mezzo agli altri libri più piccoli di oggi. La libraia si è sciolta in un sorriso vero, e ha detto: "Già, messo lì, così, il suo libro antico, bella voce in capitolo che ha!"

Ha imparato a leggere. A scrivere no: "Serve di meno", dice perentorio, con un'alzata di spalle.

Non più in pigiama sotto lo spolverino, i libri ha imparato a farli crescere: "E a usarli per guarire", mi ha detto la libraia. Infatti in libreria faceva lavoretti e pulizie. E leggeva.

"Più si consumano e più crescono", mi salutava complice, per strada.

E un giorno mi fa con voce televisiva: "Chi trova un libro trova un tesoro".

Era il Giorno del Libro. Siamo tornati al bar: solo un caffè, stavolta. "Il libro è il migliore amico dell'uomo", dice, "più del cane. Del cane non compri anche le feste, lo scodinzolio. Di un libro invece sì".

A lungo poi sono stato via da Cagliari. Ora non c'è più quella libreria. Non ho più saputo di lui. Spero sia tornato ai suoi luoghi del pane e formaggio, ricco di cose che più si consumano e più crescono.

2/Continua

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