Il frate e il giovane Paulinu Alleati contro l’inferno
La fede vacillante del vecchio, la tensione verso la libertà del ragazzo
di GIULIO ANGIONI
La sera che tocca a Paulinu raccontarsi: «No, non ce la faccio», si lamenta. Anche perché Baruch ne ha detta una delle sue, giusto per lui: «Noi siamo per noi ciò che riusciamo a raccontare di noi stessi. E per gli altri siamo ciò che loro raccontano di noi». Gli è parso vero, ben detto. Ma troppo impegnativo. Specie per Paulinu che per raccontarsi ha meditato molto. Forse troppo. Non trova il bandolo e nemmeno la matassa. Ha cercato memorie di altri tempi per intendere il mondo presente, la strana inclinazione in cui si è messa a girare la terra, e i sussulti di queste nostre terre e acque salse e dolci.
Da dove viene Paulinu? Da Fraus. Lui per primo però non ne ha un'idea precisa: «So dove sono stato, ma non da dove vengo», dice. Come a dire che il vissuto non sempre fa un'origine, indica direzioni, fa un’identità. Ma il suo passato a lui fa il dono di non fidarsi di traiettorie e fini certi. Paulinu ha imparato che a volte è meglio lasciare le cose per conto loro, non piegarle a sensi e a direzioni buone per noi. Certe volte, dice, lui si pensa una freccia, che passa e va e non lascia tracce o scie, tanto meno segni durevoli di sé. Ma non gli piace questa sua costrizione a essere bersaglio e voglia di colpirlo, senza nulla in mezzo. Lui è senza inizio, e i fini sono mobili e sfuggenti. Anche se un bersaglio lui l'ha sempre avuto, scappare dal convento in libertà. Ma dove, come, quando, con chi, con che conseguenze?
Fraus, una villa sospesa in una piana. Paulinu ne ricorda gli sguardi pazienti di uomini e animali, i visi con tracce di lunghe fatiche sotto le intemperie. Sente ancora la suggestione di storie, di leggende agresti, che ancora gli allargano la mente e gli arricchiscono il parlare. E ancora adesso lo fanno più capace di dare senso all’ostinazione di esistere nell’indecisione. Ma lui ha imparato a prosciugare i propri bisogni, per non sottostare ai divieti. Però ha imparato anche a tendere una mano a chi, non servo ma libero, vive schivando divieti altrui per soddisfare qualche suo bisogno: «Nessuno capisce la libertà come chi è servo e non ce l'ha», dice Paulinu.
Fra' Serapione, tutte le sere sempre alla stessa ora in tutte le stagioni, spingeva indietro lo scranno, aggiustava le sue cose sul bancone, prendeva il suo bastone, lo puntava per bene al pavimento, poi ci batteva la punta, lì sul pavimento, tre volte, sempre e solo tre volte, con lo stesso ritmo e successione di trocheo. Poi si alzava, a fatica, dopo di che ribatteva sul pavimento il suo trocheo. D'inverno faceva una visita al camino, che già scaldava male lo stanzone, e lo spegneva con un orcio d'acqua.
E iniziava l'ignoto da temere. Nessuno della mezza dozzina dei suoi sottoposti poteva immaginare verso chi si sarebbe avviato a controllarne l'opera, che comunque e sempre veniva sanzionata con un colpo di bastone. Di approvazione se dato sulla schiena, di riprovazione se assestato sulla testa. Paulinu aveva imparato a farselo assestare sempre e comunque sulla schiena, se toccava a lui. Anche se il bersaglio di frate Serapione non era la s. ua schiena, Paulinu sapeva evitare di prenderlo sul capo e lo prendeva con onore sulla schiena: «E poi fra' Serapione ci diceva il fatto nostro, raccontava ciò che ciascuno di noi era per lui». E il racconto era breve, nel caso di Paulinu: «Se continui così, io ti rimando là, da dove sei venuto, a Fraus, a pascolare i porci. E a mangiare le ghiande, rubandole ai porci».
Paulinu vuole smettere. Noi invece siamo interessati. E allora chiede e ottiene da Baruch di ammettere che sia altrettanto vero che noi siamo per noi stessi ciò che riusciamo a raccontare degli altri, e che siamo anche per gli altri ciò che degli altri riusciamo a raccontare. E allora dice e dice di fra' Serapione, che aveva fatto del cibo la sola misura della buona vita. Diffidava di chi non misurava la vita come lui. E amava chi condivideva i suoi entusiasmi per la tavola dei monaci, invidiata in modo iperbolico anche dai servi del convento, cronici affamati. Se si voleva ottenere un permesso o un po' di cibo in più, persino della tavola alta monacale, l'occasione migliore era dopo un pranzo festivo, quando fra' Serapione raggiungeva culmini di generosità.
Paulinu gli poneva per gioco problemi impossibili: «Com'è possibile un serpente maligno tentatore, nell'eden creato perfetto?».
Lui rispondeva a tutto che Paulinu non avrebbe mai trovato risposte a certe sue domande sulla strada che doveva percorrere da servo. Paulinu gli rispondeva che appunto per questo fra' Serapione gli doveva permettere di leggere e studiare, quanto Paulinu voleva. Fra' Serapione chiudeva un occhio. Anche dopo che qualcuno ha fatto la spia all’abate priore, che ha convocato Paulinu e gli ha proibito scappatelle al suo stato di servo, i suoi assalti al cielo del sapere altrui: «L'istruzione fa male a uno come te».
Paulinu gli ha promesso di fare al meglio i suoi doveri: «E se pensate che per questo l'istruzione faccia danni, provate un ignorante».
Ma un problema tremendo lo covava anche fra' Serapione. Quello di salvarsi. Viveva nel terrore dell'inferno. Era sicuro di non riuscire a evitarlo, specie quando era sobrio. Sperava almeno una cosa, riguardo alla sua fine: «Io quando muoio vorrei almeno essere morto per davvero». Perché un altro suo terrore era di risvegliarsi nella tomba.
Paulinu gli diceva che si sa, la morte non esiste, è solo un pisolino dopo pranzo, c'è l'anima immortale e la risurrezione della carne. E lo rassicurava su quelle altre due cose, che avrebbe costretto il monaco becchino a sincerarsi della sua dipartita, e lo convinceva che tutto ciò che lui riteneva peccato non era più peccato, per decisione papale, o non era mai stato peccato. Gli cambiava l'antico e il nuovo testamento per togliergli un poco di paura. E fra' Serapione proteggeva qualche marachella di Paulinu. Anche quelle grandi, e solo di Paulinu, volere imparare a leggere e a scivere, e peggio ancora a leggere, magari anche la Bibbia, in greco e in latino.
Nei suoi ultimi tempi senili, fra' Serapione non accettava più nulla della vita monacale, la malediceva al passato, al presente e al futuro. Rimpiangeva le privazioni sessuali. Si lasciava andare a orge di turpiloquio. Paulinu, incaricato di badargli, ha imparato modi di evitargli questi suoi deliri. E fra' Serapione ha incominciato a desiderare la morte. Ha finito per invocarla come una liberazione da questo nostro inferno dei viventi. È morto felice di morire.
«Non tutti i mali vengono per nuocere», ha detto il frate interramorti.
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