La Nuova Sardegna

Medico sassarese a Grillo: «Sbagliato creare allarmismo»

di Antonello Palmas
Medico sassarese a Grillo: «Sbagliato creare allarmismo»

Giovanni Sotgiu (European respiratory society): non dimostrato il pericolo dell’interazione con gli immigrati

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SASSARI. “Te la do io la tubercolosi” , si potrebbe sintetizzare così, parafrasando il titolo di un vecchio show del comico genovese, la risposta data ieri a Beppe Grillo da un gruppo di scienziati impegnati nella lotta contro la Tbc. Grillo nel suo blog ha lanciato l’allarme sulla possibile diffusione della malattia, suscitando una marea di polemiche, che vanno dalle smentite alle accuse di razzismo. Non poteva stare zitto chi di questa malattia si occupa per davvero: un gruppo di scienziati, tra i quali c’è il sassarese Giovanni Sotgiu, uno dei maggior esperti internazionali sulla malattia e responsabile dell’Ers, ha sottoscritto una lettera di Stop Tb Italia onlus a Grillo firmata dal presidente Giorgio Besozzi, in cui si ribatte punto su punto alle esternazioni pentastellate.

Infezione e non malattia.«Quando si parla di malattie – scrivono – , soprattutto di tubercolosi, che evoca tristi ricordi, paure irrazionali, bisogna stare attenti, perché l'informazione deve essere scrupolosa, attenta e non fuorviante e purtroppo sono in molti a parlarne in modo maldestro» avvisano i medici. «Potremmo dirle per esempio che i nostri bisnonni (quelli che emigravano negli Usa, ndr) erano tenuti in quarantena perché allora la tubercolosi non era curabile, ora si può guarire. Potremmo dirle per esempio che invece la chiusura delle frontiere dei paesi africani è ampiamente giustificata, perché di Ebola si muore. Potremmo dirle che i poliziotti a cui fa riferimento non sono ammalati di tubercolosi ma solo infettati, e non stiamo a spiegare la differenza tra malattia ed infezione perché dovremmo scrivere un trattato di tisiologia». Ricordano che loro rappresentanti si interfacciano già con la Marina militare impegnata nei soccorsi. E che «è la paura di un rimpatrio forzato, che tiene lontani gli immigrati dai servizi sanitari e consente la diffusione dei bacilli nell'aria che respiriamo tutti». Il documento si chiude con un invito alla politica a collaborare per davvero con la scienza.

La situazione in italia. Certo occorre vigilare. Nell'immaginario comune la Tbc è un flagello dei secoli passati, ma, in realtà, a livello mondiale è tra le tre principali cause di morte insieme all'Aids e alla malaria, e proprio per questo rientra tra gli obiettivi di sviluppo del millennio dell’Onu. La globalizzazione e, soprattutto, l'immigrazione hanno fatto tornare alla ribalta la necessità di un maggiore controllo, «anche se l'Italia – dice Sotgiu –, è tra i Paesi a bassa incidenza (sotto i 10 casi notificati per 100 mila abitanti) e la Sardegna insieme al resto del Centro-Sud Italia presenta dati ancora meno preoccupanti (intorno a 4 casi di malattia per 100 mila abitanti quelli ai quali viene diagnosticata la tubercolosi)».

I numeri. Spiega Sotgiu: «Il denominatore comune è che la tubercolosi in questo momento è una malattia poco "conosciuta" nei Paesi sviluppati anche tra gli operatori sanitari, in quanto scarsamente diffusa. Eppure ha numeri importanti: viaggiamo su un numero di notifiche annue pari a circa 5000. Ma è la terza malattia al mondo per mortalità: nell'ultimo rapporto mondiale risultano 1.3 milioni i morti nel 2012 per tubercolosi e circa 9 milioni i nuovi casi. Ciò che più spaventa è che è contagiosa per via respiratoria, e quindi passa da un individuo a un altro con modalità abbastanza semplici. Così, se oggi i livelli sono bassi, facilmente si può arrivare a numeri importanti in caso di mancato controllo. E qui sorge un problema: è diminuita rispetto al periodo in cui esistevano i sanatori la capacità di controllare la diffusione, perché manca l'esperienza di allora, sia a livello clinico che a livello di sanità pubblica». Si sospetta che in realtà i casi siano di più e che nel centro-Sud (e quindi anche in Sardegna) potrebbe esserci una sotto-notifica: la malattia non viene riconosciuta o notificata all'Asl.

La malattia dei poveri. È dimostrato che esiste una correlazione inversamente proporzionale tra livello socio-economico della popolazione ed incidenza della tubercolosi. Sotgiu ci ha scritto sopra un paio di lavori. E l'aumento dei flussi migratori potrebbe allora provocare una recrudescenza (argomento cavalcato dai fautori della propaganda anti-stranieri), che molti ritenevano poco meno che scomparsa? «Il pericolo – dice Sotgiu - dell'interazione tra immigrati da paesi dell'est europeo ed africani (specie della fascia sub-sahariana) e la popolazione autoctona attualmente non è dimostrato. In Paesi nei quali l'immigrazione è molto più forte che da noi, come Danimarca e Olanda, si è rilevato che l’ancora scarsa integrazione limita la capacità di trasmissione, ma alla luce di una futura integrazione questo rischio è da tenere presente. Ma creare allarmismo non ha senso». La multiresistenza. Un altro aspetto da tenere presente: avere un sistema immunitario che non funziona favorisce l'insorgere della malattia, come nel caso degli Hiv positivi. «Ma l'immunodepressione che può far insorgere la Tbc – spiega Sotgiu – può essere anche legata al fatto che per curare alcuni tipi di malattie si usino farmaci che a loro volta deprimono il sistema immunitario, e ciò favorisce il passaggio dall'infezione tubercolare in stato latente, presente in un terzo della popolazione mondiale, alla malattia. E poi il problema drammatico è lo sviluppo di forme di multi-resistenza ai farmaci, sorto con grandi numeri sia in Africa che nell'Est europeo. I flussi migratori potrebbero favorire la diffusione di micobatteri resistenti: il rischio è il ritorno a un’era pre-antibiotica».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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