La Nuova Sardegna

Cappello: «Nella poesia l’amore per il mondo»

di Daniela Paba
Cappello: «Nella poesia l’amore per il mondo»

L’autore friulano protagonista del festival “Cabudanne de sos poetas”. Sul palco anche Jamie McKendrick. Giornata di chiusura con Anedda

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SENEGHE. Trasparente come la sua poesia, Pierluigi Cappello è intervenuto venerdì a Seneghe per voce sola, con una telefonata dal festival di Mantova, lasciando a Mariangela Gualtieri il compito di portare sul palco la sua poesia e al film di Francesca Archibugi, Parole povere, quello di raccontare la sua biografia di poeta.

Il saluto del poeta friulano a Cabudanne de sos poetas avviene davanti alla Prazta de sos ballos intenta ad ascoltare, al lume della mezzaluna, una poesia al telefono e poche indicazioni di poetica: «Ho cercato di fare in questi anni una poesia che fosse trasparente ed enigmatica, mosso da un'esigenza e una passione che vengono da lontano, da quando ero a Chiusaforte e vivevo in alto, sul colle stretto tra i monti. E qui avevo due prospettive: la visione dall'alto, contemplativa, e l'altra del cielo limitato dai monti, che induceva passione. Passione e contemplazione mi hanno portato prima a leggere e poi a scrivere. La passione è desiderio senza il quale non si fa alcuna poesia: è l'appetito del mondo, cercare di immaginare cosa c'era al di là dei monti, quali cieli, quali colori. Dall'altra, la contemplazione permette di cogliere le relazioni tra le cose da una prospettiva distante, che non ti coinvolge».

E siccome, dice Cappello, ad ogni lettura la poesia rinasce e ogni lettura è una traduzione, i versi della “Strada della sete”, acquistano il respiro fermo e dolente della Gualtieri. Su quella strada i personaggi si rianimano, immagini di un camminare nella vita insieme a Bartalo, Isolina, i padri e i figli e Gina e Alda e Rino “lo stalliere”.

«La mia sorpresa si sciolse in calma – legge la Gualtieri – e la calma in abbandono. “Io ti ho portato dentro un ricordo”, disse Gioia di cinque anni, e sparì». Il ritratto in bianco e nero del giovane poeta, sorridente dallo schermo, dà risalto agli abiti colorati dell'attrice sulla scena, così la sua lettura impone il confronto con quella più minimale che emerge dal docufilm di Francesca Archibugi. Parole povere è insieme un bel film e un documento prezioso sulla vita quotidiana di uno dei più importanti italiani poeti contemporanei. Le conversazioni casalinghe, i filmati Super 8, le vecchie foto, le riprese sui boschi innevati si compongono attraverso il montaggio che riporta al pubblico le immagini rimosse del terremoto in Friuli. Il crollo è un punto di non ritorno: «Il boato del terremoto tra le montagne ti entra per sempre e non esce più. Un esodo che io ricordo con gli occhi del bambino. Ma è stata anche la prima volta che ho visto il mare: da sfollati».

Dopo il terremoto, l'incidente in moto che ha costretto un ragazzo appassionato d'aerei, che voleva volare, su una sedia a rotelle, a sedici anni. «Odio nel pomeriggio di luglio», una lapide dietro una curva, tra le pareti innevate. «Ci si sfila dal mondo così, come un vestito stanco». Due anni d'ospedale, dai sedici ai diciotto (1983-85) e la consapevolezza immediata che non c'è niente da fare, danno a Pierluigi Cappello il tempo di leggere («Cosa potevo fare bene come prima? Potevo leggere») e «il punto di vista privilegiato di un luogo dove ci sono solo domande estreme e non nessuno spazio per i compromessi che ci sono fuori». «La letteratura mi ha salvato, ma salva tutti credo, non si rimane qui senza uno scopo», racconta Cappello ricucendo il destino del poeta a quello del lettore.

E le immagini di quel ragazzo bello e sorridente, che con le parole dà forma alle cose «come si dà ordine al Cosmo», restano impresse sulla pellicola e nella memoria. Come il ritmo dei versi che legge, accompagnato sul palco da Enzo Pietropaoli, Michele Mirabassi, Stefano Tamborrino, Fulvio Sigurtà.

Nel segno della Gualtieri, curatrice dell’edizione di quest’anno, il festival di Seneghe concentra parte dei suoi appuntamenti sulla traduzione poetica. Nella stessa giornata di venerdì un timidissimo Jamie McKendrick ha dato vita, con Antonella Anedda che l'ha tradotto, a un duetto di versi in italiano ed inglese, soffermandosi sui giochi di parole intraducibili, sui furti d'immagini che entrano di diritto nelle poesie: «La poesia ha molto a che vedere con l'oralità, e con quello che gli altri raccontano – ha spiegato il poeta traduttore – Così un racconto di un contadino delle Orcadi che ho ascoltato molti anni fa mi è tornato in mente all'improvviso con le sue parole». Allo stesso modo, il rito iniziatico del muratore al primo impiego McKendrick l'associa alla poesia, al lavoro del poeta. Nasce così uno dei suoi testi più intensi,“Chiodi di cielo”: «Quel primo giorno, per mettermi sotto, / i miei compagni induriti/ mi spedirono saltellante come una scimmietta/ dalla ringhiera più alta// giù alla baracca del caposquadra/ a chiedere un sacchetto di chiodi di cielo./ Il caposquadra si chiese quale sfumatura/ di azzurro avessi in mente, esattamente.//Ne ho bisogno ancora oggi di quei chiodi di cielo/ con la loro filettatura impercettibile/ e la capocchia indistruttibile// capaci di inchiodare ogni cosa/ al nulla/e farcelo stare».

Oggi in chiusura Cabudanne de sos poetas regala un'altra intensa giornata di chiusura che vede protagonisti Piero Marras, i Tumbarinos di Gavoi con i tenores seneghesi, e ancora i poeti Antonella Anedda, Francesco Balsamo e Marco Munaro.

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