Il tumore al seno e le terapie superflue
Un autorevole studio canadese dimostrerebbe che una donna su quattro viene curata per un cancro che nella realtà non esiste
CAGLIARI. A una donna su quattro viene diagnosticato un tumore alla mammella che in realtà non c’è. La presunta neoplasia viene irradiata, la paziente vive per anni nel terrore che si sviluppi e la conduca alla morte, il servizio sanitario affronta costi significativi per gli esami radiologici senza che questo calvario conosciuto ogni anno in Italia da quasi cinquantamila donne rappresenti una via necessaria per conservare la salute.
A dimostrare una realtà che potrebbe condurre a ripensare il sistema della prevenzione nel campo dei carcinomi alla mammella è uno studio condotto in Canada nell’arco di 25 anni su 90 mila donne, rivolto a verificare se esistano differenze di mortalità per neoplasia mammaria tra chi si sottopone all’esame mammografico periodico e chi riceve soltanto una normale visita clinica, la classica palpazione. Il risultato è stato sorprendente: la mammografia non garantisce alcun vantaggio, al contrario mette in evidenza lesioni che possono avere l’aspetto tipico delle neoplasie ma che nella realtà non sono evolutive, in altre parole non mettono a rischio la vita della donna. Purtroppo però, una volta che la mammografia le individua, devono essere trattate come le altre. Con la conseguenza che secondo i ricercatori canadesi quasi una donna su quattro viene curata per cancro della mammella senza che fosse necessario. L’esame mammografico che di norma viene consigliato dopo i cinquant’anni di età e finora considerato utile, se non indispensabile, per prevenire un tumore estremamente diffuso provoca una preoccupante sovradiagnosi.
Il risultato di questo studio ha destato molto scalpore nel mondo scientifico e ha indotto l’autorità nordamericana per la tutela della salute a istituire un comitato di esperti che rivalutino e riconsiderino l'effettiva utilità dello screening. Gli elementi su cui riflettere non mancano: «I tumori sono presenti in molti tessuti con una frequenza molto maggiore di quella che ci saremmo aspettati - spiega Ezio Laconi, oncologo e docente di patologia e fisiopatologia all’Università di Cagliari - l'utilizzo di mezzi diagnostici sempre più sofisticati ha portato al riscontro di lesioni neoplastiche in percentuali di popolazione che sono uno o due ordini di grandezze più elevate di quelle previste. Per nostra fortuna, molte di queste lesioni che appaiono come tumori non sono in realtà clinicamente importanti, nel senso che non porteranno alla comparsa di sintomi e tantomeno metteranno a rischio la vita dell'individuo». Si tratta quindi di distinguere e di intervenire solo quando è indispensabile: «Ma allo stato attuale delle conoscenze - avverte Laconi - non siamo in grado di stabilire quali sono i tumori che porteranno a conseguenze cliniche e quelli che invece non lo faranno».
Il nodo è proprio questo: «E' evidente come questa problematica sia centrale per qualunque strategia di tutela della salute che preveda l'utilizzo di programmi di screening in campo oncologico. Il recente studio canadese è in questo senso di notevole interesse».
Qualche dato aiuta a capire qual è l’incidenza del cancro alla mammella nello scenario clinico italiano: si stima che nel 2013 siano stati diagnosticati in Italia circa 48 mila nuovi casi di carcinoma della mammella. Non considerando i carcinomi cutanei, il carcinoma mammario è la neoplasia più diagnosticata nelle donne, in cui circa un tumore maligno ogni tre (29%) è un tumore mammario. I tumori della mammella sono i più diagnosticati tra le donne in ogni fascia di età.
Le differenze tra macro-aree osservate nel periodo 2006-2009 confermano una maggiore incidenza al nord (124,9 casi per 100 mila abitanti) rispetto al centro (100,3 casi per 100 mila abitanti) e al sud-isole (95,6 casi per 100 mila abitanti). Anche nel 2013 il carcinoma mammario ha rappresentato la prima causa di morte per tumore nelle donne, con circa 12.500 decessi stimati, al primo posto anche in diverse età della vita, rappresentando il 28% delle cause di morte oncologica prima dei 50 anni, il 21% tra i 50 e i 69 anni e il 14% dopo i 70 anni.
Il tasso di mortalità è diverso per aree geografiche: 24,7 casi per 100 mila al nord, 20,6 casi per 100 mila al centro e 25,2 casi per 100 mila al sud-isole.
La Sardegna si colloca probabilmente tra il centro e il sud-isole, anche se i dati sono molto incompleti e poco aggiornati. Le stime presentate in un recente lavoro scientifico parlano però di un significativo aumento di incidenza: fino a 139 casi per 100 mila previsti nel 2015.
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