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Uno schiaffo istituzionale diretto alla Regione

di PIERO MANNIRONI

di PIERO MANNIRONI Immagini drammatiche, ma non nuove. Perché i rottami di bombe e missili seminati sui 1.416 ettari di Capo Frasca non sono diversi da quelli già visti nel Salto di Quirra e a...

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di PIERO MANNIRONI

Immagini drammatiche, ma non nuove. Perché i rottami di bombe e missili seminati sui 1.416 ettari di Capo Frasca non sono diversi da quelli già visti nel Salto di Quirra e a Teulada. Sono la conferma triste di una desolazione creata da mezzo secolo di guerre simulate, un disastro ambientale che sembra non turbare più di tanto la coscienza di governi e classi dirigenti colpevoli prima di tutto di accidia politica, se non addirittura di complicità, rispetto a un uso violento e arrogante di "pezzi" di Sardegna.

Il "caso Capo Frasca" riaccende così la miccia di una polemica mai sopita, che si trascina ormai da anni tra improvvise fiammate e lunghi e colpevoli letarghi: quella sulle servitù militari. Problema complesso e irrisolto, quello della presenza delle stellette nell'isola. Perché prima di tutto porta necessariamente all'insopportabile squilibrio nella condivisione di un onere tra le regioni italiane: la Sardegna da sola "ospita" quasi il 70% delle aree gestite dalle forze armate e sopporta quasi tutto il peso delle esercitazioni a fuoco e delle sperimentazioni di sempre più efficienti strumenti di morte.

Ma dietro la questione della mutilazione della sovranità e della compressione dell’autonomia, c'è un grumo oscuro nel quale si concentrano gli effetti possibili delle attività militari. E cioè danni ambientali e inquinamenti devastanti che compromettono la salute pubblica. L’inchiesta della procura della Repubblica di Lanusei e gli annunciati seri studi epidemiologici sulla diffusione di tumori del sistema emolinfatico nelle aree contigue ai poligoni sono state finora strade di una trasparenza possibile. Poi, col tempo, quelle strade sono diventate progressivamente dei vicoli ciechi. Perché alla fine “gattopardescamente” tutto è rimasto, nella sostanza, esattamente come era.

Ma le immagini della devastazione di Capo Frasca oggi pongono anche un delicato problema di arroganza istituzionale. Dopo lo “strappo” di Pigliaru nel giugno scorso alla conferenza nazionale sulle servitù militari, era lecito aspettarsi dal Governo l'apertura di un tavolo per una rinegoziazione del peso e della qualità della presenza militare nell'isola.

La prima risposta è stata invece l'inserimento, in un decreto legge sul rilancio dell'agricoltura, di un comma che eleva enormemente la soglia di tolleranza dell'inquinamento all'interno delle aree militari. Chiamarla norma intrusa è solo un eufemismo. Ma l'averla addirittura nascosta tra le pieghe di un decreto apparentemente innocente, per affrancare la Difesa dal suo obbligo di bonificare i siti inquinati, ha il sapore amaro dell’inganno e può minare il rapporto di lealtà istituzionale tra Governo e Regione.

E poi le esercitazioni: nessuna pausa, nessuna sospensione, nessuna moratoria. I jet hanno infatti ripreso a volare come se nulla fosse, lanciando bombe e missili. Come se le ragioni espresse dal presidente della Regione Francesco Pigliaru al ministro della Difesa Pinotti fossero solo parole vuote e niente di più. Una geremiade rituale.

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