I Rocca: lottiamo per arrivare alla verità
La famiglia del marito di Dina imputato per l’omicidio: «Dicevano che non c’erano i soldi per i test, ci abbiamo pensato noi»
NUORO. «Siamo stati costretti a fare noi, quello che la giustizia sinora non aveva fatto: ovvero cercare la verità, non un colpevole a tutti i costi. E soprattutto, cercarla in tutte le direzioni, e quindi fare i prelievi Dna necessari. Ci è stato detto che la giustizia non aveva i soldi per farlo, ce li aveva per il caso di Yara e non per il nostro. E a quel punto, anche pubblicamente, avevamo detto che avremmo pagato noi, quei prelievi. Tutto pur di risalire al vero colpevole. Eppure nessuno ci ha risposto, così siamo stati costretti a incaricare noi un genetista, e i risultati sono arrivati in questi giorni: ha trovato una corrispondenza tra il Dna recuperato dallo scotch con il quale era stata incerottata Dina e una ristretta cerchia di persone a Gavoi. Abbiamo dovuto muoverci noi per scovarlo. Mi chiedo: ma è questa vera giustizia? Dobbiamo ringraziare che avevamo i mezzi per farlo, ma un povero cristo, una famiglia che non aveva i mezzi, come avrebbe fatto?».
Seduta nell’ampio soggiorno di casa, ai piedi del colle Sant’Onofrio, Anna Rocca riassume in qualche pensiero e molte domande rimaste senza risposta, due anni di indagini, speranze di giustizia, richieste disattese. Al suo fianco c’è il marito Pasquale Guiso, il papà Tonino Rocca, la mamma Mariuccia Marchi. Perché il giorno dopo il deposito della memoria nella quale gli avvocati di Francesco Rocca, Mario Lai e Angelo Manconi, illustrano alla corte d’assise i risultati ottenuti dal loro consulente, il genetista cagliaritano Andrea Maludrottu, a casa Rocca è tempo di fare bilanci, di pensare al futuro, di ribadire alcuni concetti.
«Vorremmo che questo fosse chiaro – ripete Anna Rocca – se anche solo per un istante avessimo pensato che mio fratello fosse colpevole, certamente lo avremmo aiutato, perché questo non si nega a nessuno, ma dall’inizio abbiamo anche sempre sostenuto che chi ha sbagliato deve pagare. Ma poi, una volta che abbiamo visto le carte, e ci siamo resi conto che le accuse si basavano su testimonianze piene di bugie e contraddizioni, non potevamo certo lasciarlo solo, Francesco. Perché tutt’ora ne siamo convinti: è innocente. Per questo, abbiamo deciso di garantirgli la migliore difesa, di pagare un investigatore privato e diversi consulenti di parte. Insomma: fare tutto il possibile per garantire a Francesco quello che la giustizia, invece, non stava facendo. Ma questo è uno sforzo che avrebbe dovuto fare lo Stato, perché altrimenti si rischiano discriminazioni pesanti, visto che non tutti possono permettersi di pagare i consulenti che abbiamo potuto pagare noi». «Tutt’ora non ci spieghiamo – aggiunge, sconsolata, mamma Mariuccia Marchi – come sia possibile che per certe vicende vengano fatti 20mila test del Dna, come nel caso di Yara Gambirasio, e per questa invece, solo poche centinaia, e per giunta con diverse colpevoli dimenticanze. Se era una questione di soldi, lo avevamo detto: avremmo pagato noi, perché eravamo e siamo disposti a tutto pur di arrivare alla verità». «Non ce lo dobbiamo dimenticare – aggiunge in conclusione Anna Rocca – che il vero colpevole, il killer, la persona che ha lasciato il suo Dna sullo scotch, è ancora lì fuori».
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