La Nuova Sardegna

«C’è una coscienza nuova Sì, cambiare è possibile»

di Piero Mannironi
«C’è una coscienza nuova Sì, cambiare è possibile»

Parla Renato Soru da anni in prima linea contro il peso eccessivo delle servitù «Per “ricollocare” il poligono di Teulada erano sufficienti trenta milioni di euro»

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CAGLIARI. Nessuna ostilità e nessuna preclusione ideologica: dopo cinque anni la posizione di Renato Soru rispetto alla presenza militare nell'isola non è cambiata di un millimetro. Il suo resta infatti un radicalismo coerente a un ragionamento che ha un fondamento di civiltà, di equilibrio e di buonsenso politico. «Io non ho mai messo in discussione il ruolo della Difesa – dice –. Riconosco che è importante e preziosa e che deve essere ringraziata per quello che fa. Ciò che invece ritengo insopportabile è che quasi tutto il peso delle servitù e delle esercitazioni militari ricada sulla Sardegna. Lo dissi anni fa, quando ero presidente della Regione, e lo ripeto oggi con la stessa convinzione: in un paese democratico tutti devono fare la propria parte e noi sardi l'abbiamo fatta per mezzo secolo. Siamo stati in prima linea per cinquant'anni ed è ora che qualcuno ci sostituisca, che l'onere della Difesa venga ridistribuito con le altre regioni».

Renato Soru ripercorre sul filo della memoria la sua esperienza di confronto con i governi e con la tecnocrazia militare. Anni di grandi speranze e di scontri ruvidi. E ricorda che si arrivò vicinissimi a un punto di svolta nel febbraio del 2008 con il governo guidato da Romano Prodi.

«Ci sedemmo a un tavolo io, Prodi e Arturo Parisi, allora ministro della Difesa, e riuscii a far capire al premier – dice Soru – la sostanza vera del problema. E cioè che il peso della presenza militare era eccessivo, soffocante, sia per quantità che per qualità e che una politica di riequilibrio nel quadro nazionale era un principio prima di tutto di civiltà. Ricordo che si fece anche un'indagine sul costo del "ricollocamento" del poligono di Teulada. La cifra che ne venne fuori era di circa 30 milioni di euro. Pochissimo, rispetto ai danni prodotti dal poligono sia come limitazione allo sviluppo di quel territorio che per i danni materiali provocati dalle esercitazioni e dalle sperimentazioni. Decidemmo di andare avanti e si firmò un documento politico di principi, secondo il quale per la Sardegna si sarebbe alleggerito il peso delle servitù e si sarebbero dismessi tutti i beni militari non ritenuti necessari».

E perché non si andò avanti?

«Perché era previsto l'avvicendamento nel ruolo di capo di stato maggiore e, per una questione di galateo istituzionale, si scelse di rinviare tutto di due mesi. Non potevamo certo prevedere che, di lì a poche settimane, il governo sarebbe caduto... E con il centrodestra cambiò tutto».

Come cambiarono le cose?

«Prima di tutto nel livello del confronto. Il ministro della Difesa Antonio Martino sfuggì a qualsiasi occasione di incontro e delegò tutto al sottosegretario Salvatore Cicu. Ma era cambiata soprattutto la sostanza profonda del dialogo: prevaleva una visione economicistica del problema. E infatti la Difesa propose un adeguamento degli indennizzi. Io mi opposi a questa visione e sostenni che il nodo di tutto era una questione di lealtà istituzionale reciproca e di eguaglianza».

Lei tenne una linea coerente e mantenne le sue posizioni, ma il Governo in pratica sembrò archiviare la pratica “servitù militari in Sardegna”.

«Fu un periodo difficile, nel quale scoprii alcune cose che mi convinsero ancora di più della giustezza delle mie posizioni. Per esempio, accertai che Teulada funzionava in virtù di un “disciplinare d’uso”. Lo lessi con attenzione e ne rimasi molto preoccupato perché prevedeva esercitazioni a fuoco di tutti i tipi: dal mare, dal cielo, dal mare verso la costa. E, in più, si consentivano anche le sperimentazioni d’arma. La legge che disciplina la materia è una legge che poggia su principi condivisibili, come l’armonizzazione delle attività civili e militari e l’accordo tra ministero e Regioni. Quel disciplinare non ubbidiva a quei criteri e, invece di firmare, chiesi esplicitamente la chiusura del poligono».

Veniamo a oggi. Dopo anni di disinteresse ecco una ritrovata sensibilità rispetto alla questione delle servitù militari con un presidente della Regione che non firma l’intesa con il Governo alla conferenza nazionale sulle servitù e un consiglio regionale che sulle servitù vota compatto. Come valuta questa nuova fase?

«Sono contento, molto contento. Significa che c’è una maggiore condivisione politica rispetto all’azione di contrasto sull’enorme presenza militare e, soprattutto, sulle attività dei poligoni. È un buon punto di partenza, dopo una legislatura che sembrava avere rimosso il problema. Anzi, ci sono stati addirittura momenti nei quali in consiglio regionale ho sentito dire che la presenza militare portava ricchezza. Cioè tutto era visto nei termini di un possibile ritorno economico. Ricordo perfino le accuse , ingiuste e durissime, fattemi per la partenza degli americani dalla Maddalena. Sembrava che i rischi nucleari, tra l’altro resi evidenti dall’incidente del sottomarino Hartford, sembrassero messi in second’ordine rispetto a qualche scontrino in più nei bar e nelle pizzerie».

È fiducioso sul fatto che qualcosa sia cambiato?

«Io lo spero. D’altra parte, la manifestazione di oggi a Capo Frasca dimostra a una sensibilità e a una capacità di mobilitazione che ci riporta alle manifestazioni degli anni Settanta contro la base americana della Maddalena. Sembra che stia maturando una nuova coscienza nella società sarda. Forse ora è possibile cambiare».

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