Lui pilota, lei assistente di volo: ci vogliono cacciare, ma lotteremo
OLBIA. In 1.634 case, da tre giorni, si vive con l’angoscia di trovare nella cassetta della posta quella lettera che nessuno vorrebbe mai ricevere. In alcune case quella paura è doppia, perché i...
OLBIA. In 1.634 case, da tre giorni, si vive con l’angoscia di trovare nella cassetta della posta quella lettera che nessuno vorrebbe mai ricevere. In alcune case quella paura è doppia, perché i possibili destinatari delle lettere sono due. Lui e lei, dipendenti entrambi della compagnia aerea per cui hanno lottato tanto per conquistarne il biglietto d’ingresso e che ora però ha deciso di metterli alla porta, liquidandoli come due dei tanti esuberi. Emiliano Baragatti, pilota romano, e Roberta Patatu, assistente di volo sassarese, sono una delle tante coppie nate all’ombra di Meridiana che da lunedì, da quando la compagnia ha annunciato i tagli all’organico, vivono nel dramma. «C’è una mannaia pronta a caderci sul collo, ma io non ho nessuna intenzione di arrendermi».
Emiliano Baragatti, classe 1976, è arrivato alla corte del principe Aga Khan nel 2006, dopo un’esperienza in Sudan per una compagnia spagnola che lavorava per l’Onu. «Meridiana era un’azienda molto ambita – racconta –. Come serietà, standard di sicurezza era la migliore sul campo. Tutti ci volevano venire». Altri tempi, verrebbe da aggiungere. Eppure erano solo otto anni fa. Oggi la compagnia da cui tutti volevano essere assunti sta preparando le lettere di licenziamento al 70 per cento del suo personale. «Ma è una crisi finta – aggiunge –. L’azienda con la sua propaganda vuole spaventarci, impaurirci e spingerci a passare ad Air Italy. Il loro è un ricatto occupazionale. Hanno un solo obiettivo: abbassare gli stipendi. Non gli interessa altro. Vogliono renderci schiavi, perché con gli altri contratti la compagnia può mandarci a casa dal giorno alla notte, senza nessuna garanzia. Non possiamo permetterlo».
Nell’immaginario collettivo il personale degli aerei, piloti su tutti, è considerato privilegiato. Stipendi alti, sempre in giro per il mondo, tante giornate libere. «Ovviamente in mezzo allo sfacelo italiano il mio è uno stipendio buono, ma per quello che faccio vengo pagato la metà. Anzi, a onor del vero, in questo momento non sto facendo nulla. Sono al mare con mia figlia, Bianca, un anno e mezzo, perché sono in cassa integrazione. A me non piace vivere alle spalle del contribuente, ma non l’ho chiesto io, l’ha deciso l’azienda. E tutto questo mentre i nostri voli vengono fatti da compagnie romene, slovacche, francesi. È una crisi finta, ripeto. E noi non possiamo permettere di essere calpestati in questa maniera». Ad alimentare la rottura tra azienda e dipendenti è il muro eretto, con tanto di filo spinato, all’ingresso degli uffici in aeroporto. «Quel bunker è un’offesa per tutti noi. Alzare il muro significa non essere in pace con sé stessi. Quando l’ho saputo mi è venuto in mente il presidente Sandro Pertini, che andava in giro senza agenti al suo seguito, perché, diceva lui, “chi ha la coscienza pulita non ha bisogno di scorta”. Non mi sembra il caso dei vertici di Meridiana».
Baragatti si dice pronto a dare battaglia per impedire che il piano dell’azienda venga portato a compimento. «Il clima è molto pesante. Sento molti colleghi, soprattutto i più anziani, pronti a cedere e a passare ad Air Italy, perché hanno il terrore di perdere il lavoro, di rimanere senza uno stipendio. Anche la mia compagna Roberta è molto angosciata. Mi dice: “Tra poco saremo tutti a casa”. Ma io sostengo che dobbiamo lottare. Sono sicuro che le lettere di licenziamento arriveranno, ma noi non dobbiamo stare al loro gioco. Io ho investito tanto per fare questo lavoro, ho appena finito di restituire i soldi che avevo ricevuto negli anni dalla mia famiglia. Non posso pensare che tutto questo sia stato un sacrificio vano. Io non ho mai fatto attività sindacale, se non marginalmente, ma è arrivato il momento di impegnarmi. Mi candiderò come delegato Apm, l’associazione piloti Meridiana, perché qui c’è da combattere per salvare il nostro lavoro».
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