La corte dispone la perizia sul Dna
I difensori di Rocca: il materiale genetico sullo scotch attorno al cadavere appartiene a un familiare del superteste d’accusa
NUORO. «La corte è dell’avviso che si debba procedere a perizia e per il conferimento dell’incarico fissa la data del 25 settembre alle 9.30». Dopo due ore di battaglia in aula, e una pausa di riflessione in camera di consiglio, la corte d’assise al processo per la morte di Dina Dore mette la parola fine allo scontro tra accusa e difesa attorno a quella che è stata ribattezzata come la svolta del Dna. E assegna un punto importante agli avvocati di Francesco Rocca, Mario Lai e Angelo Manconi. La perizia che questi ultimi, infatti, avevano richiesto attraverso il deposito di una memoria difensiva, si farà.
Dalla prossima udienza in poi, dunque, sarà un esperto “terzo”, nominato dal giudice e pertanto non di parte, a stabilire se il risultato del consulente della difesa, Andrea Maludrottu, corrisponda o meno alla verità scientifica. Sarà il perito a stabilire se è vero, come ha accertato il genetista forense cagliaritano Maludrottu, che il materiale biologico trovato nel nastro isolante che il 26 marzo del 2008 avvolgeva la mano sinistra di Dina Dore è compatibile, in una percentuale altissima compresa tra il 95 e il 98 per cento, con un consanguineo di Antonio Lai, il papà del superteste Stefano Lai. Anche se, ha precisato il consulente, bisogna ancora stabilire se da parte di padre o di madre.
Per il pm Danilo Tronci, in realtà, questa perizia era del tutto “superflua”, come spiega ieri, prima che la corte si ritiri in camera di consiglio. E lo era, precisa Tronci, perché a suo tempo l’accusa «aveva esaminato circa 800 Dna, compreso il cromosoma “Y”, e tra gli esaminati c’era anche Stefano Lai, perché il primo sospettato era proprio lui. E Stefano Lai non è risultato parente di colui che ha lasciato il suo Dna sul nastro isolante. Per noi, dunque, la perizia richiesta dalla difesa, è superflua».
Poco prima, il pm della Dda spiega anche, non senza una sottile vena polemica, che «sotto un certo profilo» non può «che ammirare lo sforzo spasmodico della famiglia Rocca, che cerca qualunque appiglio, sino a rasentare la violazione della privacy nel prelevare il Dna. Ma al di là di questo devo anche dire che questi sforzi non hanno portato ad alcun risultato. Lo stesso consulente della difesa dice che la sua memoria non è producibile a giudizio. Produco in ogni caso due relazioni fatte dai carabinieri del Ris e dalla polizia scientifica sui risultati delle analisi di Maludrottu. Noi abbiamo esaminato circa 800 Dna, compreso quello di Stefano Lai, ma non li abbiamo allegati tutti al fascicolo per motivi di privacy».
«Ma noi chiediamo da tempo che ce li mostri, i risultati delle analisi sui Lai – replica decisa la difesa di Rocca, con l’avvocato Mario Lai – e invece, nelle carte i nomi dei Lai non risultano affatto». E se è vero, dice la difesa, che per ragioni di privacy l’accusa non ha allegato tutti i nomi degli esaminati, allora per quale motivo ha invece allegato i nomi di circa 800 persone alle quali è stato prelevato il Dna per poi compararlo con quello trovato sul nastro? E tra quegli 800 non compare quello dei Lai? «La rilevanza dell’analisi di Maludrottu – spiegano i legali di Rocca – per la difesa è evidente: conferma i nostri sospetti circa la bontà delle accuse lanciate dai Lai. Perché voi capite, signori giudici, che se fosse confermato quello che ha stabilito Maludrottu, l’attendibilità di certi soggetti che sono considerati perno dell’accusa sarebbe completamente rimessa in discussione».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google