Intesa: «Aiuteremo le imprese sarde»
Mazzella e Monceri: «Rafforziamo la presenza sul territorio». E il marchio dell’istituto sponsorizza il Cagliari calcio
CAGLIARI. L’incorporazione della Banca di Credito sardo dentro la capogruppo Intesa Sanpaolo non intaccherà l’autonomia dell’istituto nato cinque anni fa sulle ceneri del vecchio Cis. Lo sostengono i vertici dell’istituto che ieri hanno tenuto una conferenza stampa per annunciare la sponsorizzazione del Cagliari calcio. Per l’istituto di credito ci sono il presidente Giorgio Mazzella, il direttore generale, Pierluigi Monceri, il responsabile regionale per Toscana, Umbria, Lazio e Sardegna di Intesa, Luciano Nebbia. E c’è Tommaso Giulini, presidente del Cagliari calcio che sarà sponsorizzato da Intesa e che diventa il testimonial della continuità della banca del territorio. L’esempio di come la banca vuole continuare a operare in Sardegna.
«La storia della nostra banca è stata fatta da diverse società giuridiche», spiega Pierluigi Monceri, direttore della Banca di credito sardo, animatore economico, autore di mille iniziative per la Sardegna, «oggi c’è una necessità diversa rispetto al passato: si deve lavorare con logiche di semplificazione». La Banca di Credito sardo era stata avviata assieme alla Cassa di Risparmio di Venezia e saranno le prime due banche a perfezionare il processo di incorporazione in Intesa: «Il 10 novembre», annuncia Monceri, «cesseremo di essere una realtà giuridica a sé stante. Una scelta che non rinnega il passato e che non toglierà nulla al supporto che il gruppo è intenzionato a garantire al territorio». Ogni scelta ha bisogno di un simbolo e in questo caso si concretizza nella comparsa del nome dell’istituto di credito sulle maglie dei giocatori del Cagliari: «Un veicolo importante perché il Cagliari calcio», dice Monceri, «è la Nazionale della Sardegna. Ed è la prima volta: il gruppo ha rapporti con altre società sportive ma mai prima d’ora il nome della banca era comparso sulle maglie di una squadra». La sponsorizzazione è nata da un colloquio che Giulini ha avuto con Monceri il 20 luglio scorso, piena estate, un periodo poco propizio per concludere affari. Ma il via libera c’è stato subito anche perché Giulini, proprietario della Fluorsid, aveva come riferimento per la sua azienda la Banca di credito sardo. E la Fluorsid è un’azienda sana... in controtendenza con il ciclo economico negativo dell’industria sarda.
«Ho condiviso la strada delle fusioni al cento per cento», afferma Giorgio Mazzella, «in tempi di crisi bisogna cambiare non tanto per i costi del Consiglio d’amministrazione che sono irrisori quanto perché c’è necessità di realizzare le cose in modo più veloce. Capitava di avere pratiche ferme in attesa di un parere di conformità e poi così si velocizzano le operazioni sull’estero».
La velocità è un concetto su cui insiste Luciano Nebbia: «Dobbiamo superare tutto ciò che comporta perdite di tempo. E puntiamo sull’Expo per fare un grande intervento a vantaggio delle imprese sarde. È già operativo un portale su cui potranno trovare spazio le aziende di produzioni tipiche della Sardegna. Il tema della valutazione non è tanto sui costi ma sui ricavi. È questo il grande impegno che prendiamo per le nostre strutture. E fare ricavi avrà ricadute importanti sui clienti delle banca e sulle aziende».
Premesso che per i clienti non cambia nulla, così come per i dipendenti: «Non abbiamo un esubero», assicura Nebbia, resta la possibilità di usare il brand Intesa per le aziende esportatrici. Internazionalizzazione, dimensione delle aziende, passaggio generazionale sono le parole d’ordine della banca che in questi cinque anni, sotto la regia di Monceri, ha costruito i quattro quinti delle Reti d’imprese operanti in Sardegna. Ai sindacati che denunciano la perdita di autonomia, la risposta è questa: «Il 98 per cento delle pratiche sono state trattate e continueranno a essere trattate in Sardegna. Solo il due per cento esulava dall’autonomia territoriale», dice Monceri. Il presidente, Mazzella, spiega qual era quel due per cento delle pratiche che veniva dirottato a Milano: «Riguardavano quei clienti che superavano i 50 milioni di euro», purtroppo troppo pochi.
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