La bella vita in Costa del boss della Magliana
Ernesto Diotallevi sin dagli anni Settanta trascorreva le vacanze in Gallura con Calvi e Carboni
SASSARI. La passione per la Sardegna l’ha sempre avuta Ernesto Diotallevi, 70 anni, romano, considerato uno dei capi storici della banda della Magliana. Due giorni fa i finanzieri del Comando Provinciale di Roma hanno sequestrato una società immobiliare e un lussuoso appartamento a Porto Rotondo riconducibili a lui, per un valore di 255mila euro. In meno di un anno è il secondo sequestro di beni in Gallura da parte delle Fiamme Gialle che lo riguarda.
Il suo amore per l’isola e per la Costa del resto risultano dalle carte giudiziarie. Sin dai tempi d'oro della banda della Magliana Diotallevi trascorreva le vacanze in terra sarda in compagnia di personaggi come Roberto Calvi, il faccendiere Flavio Carboni e Danilo Abbruciati, il boss di Roma vicino a Cosa Nostra che morì mentre compiva l'attentato al vice di Calvi.
A Ernesto Diotallevi e a sua moglie facevano capo già all’epoca la «Coma Immobiliare», con sede in via dei Gracchi, nel quartiere Prati a Roma e la «Rosi Immobiliare», due delle tante società di comodo che nascevano e morivano come comete, schermo di vorticosi e oscuri passaggi di capitale. La «Rosi Immobiliare», in particolare, intestata alla moglie di Diotallevi, era la società proprietaria della casa di via del Babuino dove si era nascosto il boss di Cosa Nostra Pippo Calò durante la latitanza romana. E tra quelle scoperte in un’indagine dalla Finanza dello scorso anno c'era pure la «Immobiliare Marius», che possedeva appartamenti in Sardegna poi formalmente acquistati dalla società «Mediterranea», a sua volta finanziata dalla «Agroedil Ontano» e riconducibile anch'essa a Pippo Calò.
Un anno fa a Diotallevi erano state sequestrate 35 unità abitative di pregio e valore, tutte ad Olbia, opportunamente nascoste in una società immobiliare di Rimini, intestata, secondo l'ipotesi d'accusa, a prestanome, nonchè una prestigiosa villa nell'esclusiva Isola del Cavallo in Corsica. Secondo i pentiti della Magliana Diotallevi faceva parte di quell’ala più affaristica della banda che “lavorava” insieme a Cosa Nostra. Tant’è che la Procura di Roma già nel 2000 chiese il sequestro dei suoi beni. Ma all’epoca, nonostante il curriculum criminale del personaggio, che secondo i pentiti ha sempre goduto della protezione di esponenti delle istituzioni collusi con la mafia, il tribunale di Roma aveva rigettato la richiesta. L’ultimo arresto di Diotallevi risale a due anni e mezzo fa insieme a un sacerdote romano, don Salvatore Palumbo, e ad altri faccendieri, per una vicenda di riciclaggio attraverso i conti dello Ior. Fin dagli anni’70 i magistrati che indagavano sul “cassiere” di Cosa nostra Pippo Calò in Costa Smeralda, avevano parlato d’inquietanti emergenze sulla Banda della Magliana a Porto Rotondo e su una serie di maneggi che nel Nuorese chiamavano in causa pezzi da novanta come Luciano Liggio. C’è dunque un pezzo di storia della criminalità organizzata italiana sulle coste della Sardegna, con mafia e camorra tra gli altri, che fin dagli anni ‘70 hanno deciso di venire nell’isola per alcuni dei loro investimenti immobiliari. Già all’epoca erano stati tirati in ballo in quest’ambito Liggio appunto e Raffaele Cutolo, che trascorse parte della sua detenzione all’Asinara e lo stesso Pippo Calò insieme a esponenti della Banda della Magliana. Una storia che però ha anche lati positivi dal momento che alcuni di quei beni sono stati anche recuperati, come nel caso di due giorni fa a Diotallevi, per diventare - si spera - opportunità per l’avvio di iniziative imprenditoriali da parte dei più giovani. Nell’isola in questa lotta sono mobilitate associazioni come Libera di don Luigi Ciotti, le Caritas, Sardegna Solidale, la Fondazione per il Sud e altre. (l.f.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
