La Nuova Sardegna

Macchie di sangue come papaveri da raccogliere

di MARCELLO FOIS
Macchie di sangue come papaveri da raccogliere

Il Mart di Rovereto ricorda il grande conflitto Il catalogo con i testi di Marcello Fois

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MARCELLO FOIS. GALLIPOLI

Era stato come capire in un istante. Come se la Natura avesse stabilito che nel frammento di tempo che passa dal vuoto d’aria al boato, non molto diverso che dal lampo al tuono, si possano accumulare immagini, considerazioni e, persino, prospettive. Sapeva la sua età con certezza: ventidue anni e quattro mesi. Sapeva di essersi trovato nello spazio vuoto tra una trincea e l’altra, come ci si trova in una città assolutamente sconosciuta. Così si guardò intorno, dopo essersi chiesto che fine avevano fatto tutti quei fratelli che i fossati avevano rigurgitato insieme a lui al momento stabilito.

Lanciati nel Nulla come una muta di cani impazziti, guidati solo dall’olfatto. Si trovava lì, certo, nella porzione organica, esattamente dove il terreno diventava molle e brulicante di corpi morti: bersagli per cecchini, carne per mine, carcasse per cavalli di frisia. Perciò, essere ancora in piedi, significò contravvenire ad ogni legge della fisica, ma anche della biologia. In quella scheggia di tempo gli parve che la terra di nessuno fosse diventata il campo erboso su cui, fin da bambino, aveva pascolato il gregge di suo nonno e quello di suo padre. E poté assistere alla carneficina che la furia di Aiace aveva fatto delle sue pecore, dopo che Atena gli aveva tolto il senno, facendogli credere di sbranare i corpi dei nemici troiani. Proprio come gliel’avevano raccontata, proprio come se le battaglie fossero solo metafore e non sangue, sopraffazione, topi e pidocchi. Per il brevissimo tempo fermo fu come se si combattesse con elmi e schinieri in balìa di Dei capricciosi. Come se il polmone della terra si fosse concesso una pausa prima di espirare…

VERDUN

Era stato come chinarsi a raccogliere papaveri. Macchie di sangue nel campo di battaglia. Fu proprio così quando i monatti invasero la piana di Azincourt per saccheggiare i cavalieri disarcionati, i balestrieri trafitti come masse urlanti di Santi Sebastiani, gli armigeri sventrati o amputati. Tutti papaveri calpestati parvero, in quella porzione di Francia che era stata verdissima, e che le truppe contrapposte, scontrandosi, avevano trasformato in palude. Ecco, quei reietti, consumati dalla lebbra, oggi erano invidiati da quei nobili di spada: Carlo I d’Albret, Filippo di Nevers, che attendevano la fine nell’agonia delle armature istoriate.

Oggi 25 ottobre dell’anno 1415 alle 16, si era rovesciato il mondo, ribaltato l’universo, se il lebbroso poteva dirsi fortunato e il nobile no. Se, con le dita mozzate dal morbo si potevano strappare diademi preziosissimi dal collo dei connestabili. Tutte cose che era assolutamente inutile si portassero là dove stavano andando. Era stato professore di storia e ora si trovava nel crogiolo attraverso il quale si trasformano le umanità. Certo letto dai libri, quell’osservare l’assenza di ogni ragionevolezza, pareva raccontabile, ma, ora era certo che non ci fossero battaglie narrabili, nemmeno quella vinta a sorpresa da Enrico V.

E sì che gli era sempre piaciuto raccontarla come frutto di una dolorosa, ma necessaria, ostinazione. Così gli fu chiaro che non di questo si trattava nello specifico. Capì che era lì, oggi 20 febbraio 1916, a due passi dalla Meuse, e che non c’era assolutamente nulla da raccontare, né alcuna ragione per continuare ad ostinarsi. Nell’ultimo giorno della sua vita, forse qualche secondo prima che finisse, fu certo di voler essere uno di quei lebbrosi che avevano potuto raccogliere lo sguardo rosso dei cavalieri morenti…

CAPORETTO

Era stato come sfinirsi per ostinazione. Vegliare, per una consegna, lavorar di pialla, o di scalpello, tutta la notte. Spegnersi gli occhi a furia di concentrazione. Tutto pareva di un silenzio irreale considerato che gli austriaci erano a non più di duecento metri lineari, sepolti esattamente come noi, come noi affamati, come noi ostinati. Potevamo sentirli ruttare o piangere come quando, un anno prima, gli era stata data la notizia che il loro imperatore, Francesco Giuseppe, era morto. Nel suo letto al castello di Schönbrunn, non certo in trincea. Eppure smettemmo di combattere, senza che nessuno ce l’ordinasse, non sparammo nemmeno un colpo quel giorno di novembre del 1916. Eppure questa guerra pare un infinito non finire. Siamo uno di fronte all’altro come due avversari di cui si tema il movimento più che la potenza. Ma, il punto vero, è che non si fa nient’altro che pensare a come sarà il momento esatto in cui una pallottola ti trapasserà il cranio, o una scheggia di granata ti mozzerà un arto. O uno spostamento d’aria ti farà scoppiare i timpani, o un’esalazione mefitica ti farà vomitare bile fino a quando non avrai neanche più la forza per respirare. O un attacco all’arma bianca ti trasformerà in un sacco per baionette.

La resa non era compresa tra i vari modi per morire. Eppure morimmo. Senza nemmeno avere l’opportunità di rispondere: “Merde!” – al nemico che ci stava di fronte.

PIAVE

Come arrendersi al sonno, era stato. E nel sonno ricordare tutto… Ricordarono di quando i raccolti sembravano oceani, infiniti mari fluttuanti contro il sole a picco. Ricordarono giganti curvi, trapassati dai raggi roventi, che tracciavano scie fra le spighe a furia di falci. Ricordarono le squame cangianti dei pesci in qualunque ruscello, o lago, o fiume, li avessero pescati, e la roccia, o sabbia, o manto erboso su cui li avevano scaraventati ad agonizzare nell’aria. Poi si ricordarono della partenza da casa, degli occhi umidi di ogni madre che li aveva accompagnati fino al convoglio, o al carro, o al bastimento… Tutto, ricordarono, con minuzia, anche i secondi, i minuti, l’afasia che precedeva lo scoppio, come una tosse trattenuta. E l’incredulo sciogliersi di ogni certezza, come il divincolarsi di un topo in trappola.

Poi, ancora l’odore sudoroso del terreno smosso, come se il suolo restituisse sangue dopo averne ingoiato a litri. Tutto ricordarono, tutto. Il mese e l’anno, il Municipio in cui erano stati registrati, la chiesa in cui erano stati battezzati, la donna che li aveva baciati, e persino quella che non aveva voluto ricambiarli. La maestra che li aveva puniti, il parroco o il pastore che li aveva redarguiti, l’amico che gli aveva sorriso e persino quello che li aveva traditi.

I pianti ricordarono, l’odore di pane caldo e latte, la consistenza del pudding, il vino bollente con chiodi di garofano, la grappa per il mal di denti, e il fegato ancora caldo del maiale appena macellato, la lana svelta dalla groppa della pecora a furia di cesoie, e la consistenza viscosa dei capezzoli della vacca. Ricordarono che era arrivato il momento di lavare l’onore dei padri trucidati sull’Amba Alagi. Tutto, tutto, tutto ricordarono… …tranne il nome.

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