La Nuova Sardegna

Nel teatro spoglio e triste alla fine la chitarra suonò

di Alessandro Cadoni
Nel teatro spoglio e triste alla fine la chitarra suonò

Sassari, al Palazzo di Città primo spettacolo del cartellone di “Marosi di mutezza” In scena “La vita ha un dente d’oro” di Rita Frongia, regia di Claudio Morganti

2 MINUTI DI LETTURA





SASSARI. La scena è spoglia; fisse, luci di taglio verticale illuminano un tavolo, una bottiglia e due bicchieri.

Dietro s’intravvedono, giustapposti – ma come uniti in figura enigmaticamente monolitica – una chitarra e un amplificatore valvolare. Seduti, uno di fronte all’altro, due attori – Gianluca Stetur e Francesco Pennacchia – parlano, biascicano, gorgheggiano, si agitano nel gesto. Si esercitano, in sostanza: impegnati in ripetizioni da cui spira il carattere dell’assurdo, del paradossale. Ai minimi termini, ma non troppo ridotta, questa è la struttura di uno spettacolo interessante e bello – due aggettivi che non vanno poi così spesso a braccetto – visto giovedì sera al Civico, nella giornata di apertura della rassegna «Marosi di mutezza»: «La vita ha un dente d’oro», scritto da Rita Frongia, regia di Claudio Morganti.

Due attori, dicevo: che dentro la scena riflettono – tra i tanti barbagli metalinguistici – appunto la loro professione. Questo, almeno, in apparenza, nell’incedere di un passo drammaturgico che inciampa di continuo nella sorda ripetizione.

Ecco: ho parlato di esercizio, ripetizione e di ineluttabile imperfezione di tali pratiche. Ma veniamo al punto: non c’è trama, si sarà capito, ma solo due uomini il cui dialogo precipita nell’assurdo. Ma non come, per dire, in un Beckett, dove la perdita del senso si incasella in una comunicazione drammaticamente desiderosa di arrivare a un punto inesistente. Qui, invece, lo scambio tra i due attori è spasmodico, sequenziale, sordo: Stetur e Pennacchia – bravissimi –, uno di fronte all’altro, si trovano allo specchio: uno specchio imperfetto, su cui è riflessa l’immagine di altri elementi, invisibili, solo nominali (un cane, ad esempio). Si fanno eco, deridono se stesso e l’altro. E coinvolgono in dialogo il pubblico – tra cui, burlescamente, individuano uno scribacchino con l’oscuro potere di influenzarne la carriera –, portandolo a un riso convulso, e però ansioso; si prepara, infatti, una virata di tono: lo stesso turbamento dato dal buio in sala, prima e soprattutto dopo l’accensione d’uno schermo, il movimento d’un sipario.

Su tutto, un epilogo cupo e intenso, in cui l’ironia diventa cinica accettazione della fine, forse anche della morte, e l’unico oggetto sinora muto in scena, la chitarra, leva – per mano di Pennacchia – un suono feroce che amplifica proprio il sentimento di una fine.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il raid

Undici furgoni a fuoco nella notte: attentato contro un’azienda logistica del sud Sardegna – Le indagini

Le nostre iniziative