La Nuova Sardegna

«Provo empatia per l’Italia Avete eletto tre volte Berlusconi come noi Bush»

di Angiola Bellu
«Provo empatia per l’Italia Avete eletto tre volte Berlusconi come noi Bush»

Il premio Pulitzer Michael Cunningham è in libreria con “La regina delle nevi” (Bompiani), il più newyorkese tra i romanzi dell'autore. Il titolo evoca la fiaba di Andersen, e la storia di Tyler e...

4 MINUTI DI LETTURA





Il premio Pulitzer Michael Cunningham è in libreria con “La regina delle nevi” (Bompiani), il più newyorkese tra i romanzi dell'autore. Il titolo evoca la fiaba di Andersen, e la storia di Tyler e Barrett, due fratelli quarantenni metropolitani e molto confusi, ha nell'improvvisa visione celestiale al Central Park del più giovane, Barrett, la sua dose di fiaba. Cunningham segue le vite al bivio dei fratelli Meeks, di Beth, la compagna di Tyler malata di cancro, e dei loro amici, usando un registro lieve e intenso che sottolinea la loro eterna post adolescenza. La tragedia, la commedia, il sarcasmo e la solidarietà si intrecciano nella casa in cui vivono i tre. La musica, la droga, l'amicizia e l'amore scorrono nelle condizioni emotive precarie del gruppo in una New York di fine 2004. Ne abbiamo parlato con l'autore.

Qual è la genesi del libro?

«E' interessante che parli di due fratelli di origine cattolica nell'America a maggioranza protestante. Mi interessava raccontare una persona non credente che ad un tratto vede l'impossibile. Mia madre era cattolica, mio padre presbiteriano non praticante. Lei andava in chiesa ma non ha mai pressato me e mia sorella perché la frequentassimo: avremmo deciso se e quale religione seguire da grandi. Non siamo diventati credenti, ma nella nostra casa c'erano molto segni della fede religiosa di mia madre. Non sono cattolico ma non sono cresciuto come un non cattolico. Questa esperienza è stata un passaggio naturale per costruire il personaggio di Barrett».

C'è anche il tema della droga, da cui Tyler è dipendente, trattato senza alcun moralismo?

«Volevo sottolineare che non c'è solo una storia sulla dipendenza, cioè lo stereotipo del drogato come persona autodistruttiva, che morirà con un ago infilato nel braccio. Ci sono persone che utilizzano la droga per aprire la loro mente: Tyler che ne ha bisogno per scrivere le sue canzoni».

Dunque si è ispirato a persone reali per creare Tyler?

«I protagonisti dei miei libri sono assolutamente inventati ma per Taylor mi sono ispirato a Billy, un amico musicista eroinomane che ha una donna malata di cancro alla quale mi sono ispirato per Beth. Con Tyler non voglio dare una visione positiva della droga ma sottolineare che le droghe non hanno solo effetti devastanti. Possono avere effetti positivi nelle persone gravemente malate che soffrono».

Crede nella legalizzazione della marijuana?

«Posto che non mi drogo né fumo marijuana (mi rende paranoico), questa non è assolutamente una droga. Dovrebbe essere resa legale dappertutto. Eroina e cocaina sono vere e proprie droghe.

Tutti i personaggi sono innamorati di qualcosa o qualcuno?

«Volevo analizzare tutte le sfaccettature dell'amore, soprattuto quelli conflittuali, che considero più interessanti rispetto a una storia serena».

Struggente il fatto che sia una storia di potenzialità inespresse: Tyler e Barrett erano due promesse al college.

«E' un rapporto in cui uno si prende cura dell'altro, come se nessuno dei due fratelli volesse mai superare in talento l'altro non diventando adulti».

Parliamo della neve che apre il romanzo e dà il titolo al libro. Pura e bianca, ma mi viene in mente che nello slang del passato la neve era l'eroina e la cocaina?

«Assolutamente: la neve è il Natale, in quanto pensiero felice, è Biancaneve... È anche una parola che in slang indica coca ed eroina. Così come Queen, regina, significa donna potente, ma allo stesso tempo è anche un insulto perché significa omosessuale».

Queen è ancora un insulto?

«Non sempre; due omosessuali possono dirsi queen tra loro, ma un etero che chiama queen un gay non è visto bene, esattamente come due persone di colore che si chiamano a vicenda negro. Il termine usato da un bianco non è accettato».

Il romanzo non prescinde dalla situazione politica del tempo. La rielezione Bush è lo spauracchio dei due fratelli?

«Molti romanzieri americani scrivono le loro storie in un ambiente asettico dal punto di vista politico. Per me non è possibile prescindere dalla politica che permea la vita di tutti i giorni; ho scelto di ambientare il mio libro in un periodo in cui il peggior presidente di tutti i tempi viene rieletto e poi, verso la fine del libro viene eletto il primo presidente nero, intelligente, con valori morali».

Come ha vissuto il periodo di Bush?

«Male, lo ritengo un criminale, una persona estremamente ignorante, uno che non sa come si scrive “pomodoro” (tomato)».

In che senso?

«Era in visita ad una scuola elementare. Un bambino alla lavagna scrive la parola “pomodoro” (tomato) e il Presidente degli Stati Uniti lo corregge dicendogli che alla fine della parola manca una “e”. Provo una grande empatia per gli italiani: noi americani abbiamo eletto due volte Bush e voi tre volte Berlusconi. Mi immagino questi italiani davanti alla tv ai quali viene comunicata la notizia che Berlusconi è stato rieletto e rimangono shoccati».

Pensa che “Obama” sia una sorta di marchio? Gli Obama sono esenti da razzismo?

«Oh sì, penso che lo sia. Obama, Michelle e le due ragazzine sono una famiglia che rappresenta un brand. Non sono la prima famiglia di colore benestante e colta ma è sicuramente la prima famiglia nera così famosa. Il razzismo? Obama proviene dalla classe media, dei due è Michelle quella che ha origini modeste ed è proprio verso di lei che c'è un maggiore razzismo».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative