Manasuddas: «Uccisero insieme Così li gettarono vivi nel pozzo»
Per la corte d’assise d’appello di Cagliari nessun dubbio sulle responsabilità di Pompita e Deiana I due olianesi erano stati chiamati in causa da Mauro Fele che prese parte con loro ai due omicidi
NUORO. Per i giudici della corte d’assise d’appello di Cagliari non ci sono dubbi: a gettare Pietrina Mastrone e Tiziano Cocco, ancora vivi, nel pozzo-cisterna della vecchia caserma di Manasuddas furono Sebastiano Pompita e Mario Deiana. I due olianesi, rispettivamente di 34 e 38 anni, il 20 giugno scorso sono stati condannati entrambi all’ergastolo al termine del secondo processo d’appello. La Cassazione, infatti, in precedenza aveva annullato la sentenza di condanna pronunciata dalla corte d’assise d’appello di Sassari, ordinando un nuovo dibattimento.
Le fasi dell’indagine. Nelle motivazioni della sentenza della corte presieduta da Maria Grazia Corradini vengono ripercorse tutte le fasi dell’indagine che portarono all’individuazione di Sebastiano Pompita, Mario Deiana e Mauro Fele quali autori del terribile duplice omicidio avvenuto nell’ottobre del 2007. Fele, che aveva collaborato con gli inquirenti, era già stato condannato definitivamente all’ergastolo in un processo separato. La Cassazione, accogliendo le richieste degli avvocati Gianluigi Mastio e Antonio Colli, aveva chiesto di vagliare l’attendibilità complessiva di Fele, che fu interrogato nel corso di un incidente probatorio e mai nei dibattimenti contro i presunti complici.
«Al di là delle qualità morali del chiamante – spiegano ora i giudici cagliaritani – resta il fatto che Fele ha chiamato in correità persone appartenenti allo stesso ambiente criminale, di cui poteva conoscere i movimenti e le gesta poiché si frequentavano quotidianamente: suoi compaesani, a lui legati da vincoli criminali a causa delle malefatte che avevano commesso insieme anche in altre circostanze, delle armi che detenevano o codetenevano, delle condotte di vita assimilabili. La chiamata in correità dimostra che Fele ha parlato di fatti che aveva sicuramente conosciuto perché egli (ormai è cosa giudicata) aveva partecipato a quei fatti che non poteva aver commesso da solo».
Concorso. «Entrambi gli omicidi – viene spiegato nelle motivazioni – richiedevano infatti l’azione contemporanea di più soggetti poiché non era possibile guidare insieme il camion e la macchina del Fele, gettare nel pozzo il giovane Cocco senza neppure legarlo, andare a vendere la merce presentandosi almeno in due persone: si è trattato quindi necessariamente di un omicidio concorsuale. Ciò vale anche per l’omicidio Mastrone, che Fele non poteva commettere da solo “per motivi personali”, come da lui assunto nella dichiarazione dell’ultima ora, in quanto si doveva portare la Mastrone sul luogo del fatto, denudarla, legarla, sempre mentre era in vita, e quindi gettarla viva dentro il pozzo mentre, da viva e completamente nuda, cercava certamente di sgusciare, perché non voleva morire ed aveva respirato anche dentro l’acqua fetida, nel tentativo disperato di salvarsi (come ha dimostrato l’autopsia)».
L’analisi dei tabulati. I movimenti della donna in quella tragica notte sono stati ricostruiti anche tramite l’analisi dei tabulati del suo telefono cellulare. «Non vi sono quindi elementi – prosegue la sentenza – per ritenere che l’omicidio della Mastrone sia imputabile a una sola persona, come assumono gli appellanti, mentre invece vi sono elementi per collocare nel luogo del delitto tre persone, e cioé Fele, Pompita e Deiana. Grazie all’esame dei tabulati è possibile peraltro che anche Pompita e Deiana (oltre al Fele) fossero presenti in zona compatibile con il luogo del delitto. Fele e Pompita, date le celle agganciate, erano certamente presenti a Nuoro almeno intorno alle 21 del 12 ottobre, quando era presente anche la Mastrone. Pompita, che non aveva macchina, aveva chiamato Fele, il che era evidentemente strumentale per incontrarsi».
La testimonianza. I giudici danno molta importanza anche alla testimonianza di Antonella Artu, all’epoca fidanzata di Mauro Fele. La Artu aveva detto di aver appreso dal Fele particolari sui due omicidi (avvenuti in tempi successivi). Ancora prima che fosse trovato il cadavere della Mastrone Pompita, che accusava la Artu di parlare troppo, le aveva detto: «Attenta che fai glu-glu anche tu». Sarebbe stata proprio la paura di fare una brutta fine ad aver spinto Mauro Fele a fare la telefonata anonima al 113, da una cabina pubblica di Oliena, nella quale si comunicava che in fondo al pozzo di Manasuddas si trovavano due cadaveri.
Menzogne. «La confessione – spiegano i giudici nel chiarire i punti contestati dalla Cassazione – non è stata immediata e non è stata completa, ma non è esigibile da un soggetto che ha commesso due omicidi che si metta subito “nudo” davanti al suo giudice e che dica proprio tutto in merito alla propria responsabilità. Ha ragione la sentenza d’appello relativa al processo Fele quando afferma che Fele aveva detto alcune menzogne, ma guarda caso si trattava di menzogne sempre dirette ad attenuare la sua posizione, non ad aggravare quella dei complici. In sostanza, il parziale mendacio del Fele non inficia la spontaneità e la genuinità della sua chiamata di correo poiché è comprensibile e trova completa spiegazione nel suo tentativo di ricavarsi un ruolo meno grave pur nell’ambito dei gravissimi fatti criminali. La sentenza di annullamento con rinvio assegna al giudice del rinvio, in particolare, il compito di verificare se potevano esistere motivi di astio tra Fele e i soggetti chiamati in correità tali da indurlo a calunniare i due amici, in sostanza ad attribuire a terzi estranei il ruolo dei suoi complici effettivi.
I timori del teste. Questi motivi non esistono. Fele aveva paura dei suoi complici, lo ha detto sin da subito alla sua amante in un clima confidenziale, per cui aveva poco interesse ad accusare falsamente dell’omicidio soggetti pericolosi come Deiana e Pompita, lasciando fuori i veri autori».
Nessun dubbio, secondo i giudici, neanche sull’attendibilità di Antonella Artu «perché ha parlato spontaneamente e comunque ha riferito cose che già risultavano dalle intercettazioni e dalle confidenze che a sua volta aveva fatto all’amica». «Quanto al merito – conclude la sentenza – dalla difesa viene dedotta incompletezza ed illogicità della motivazione d’appello ed una sorta di sciatteria investigativa e dibattimentale al fine di dare una risposta immediata all’opinione pubblica a fronte di crimini tanto efferati. Tale critica di carattere generale appare ingenerosa poiché le indagini sono state molto puntuali e il dibattimento è stato lunghissimo ed attento a tutte le istanze difensive». La vicenda processuale andrà comunque avanti: gli avvocati Gialuigi Mastio e Antonio Colli, difensori di Deiana e Pompita, hanno annunciato ricorso in Cassazione.
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