Il reale filtrato attraverso i vetri colorati della cultura
“Il sesso nelle camere d’albergo”, raccolta di scritti dallo spettro amplissimo Dal cinema alla critica letteraria e musicale, fino alla memoria personale
È difficile arrivare a comprendere - pure arresi a qualsiasi regola di marketing - come il titolo del recente lavoro del narratore e saggista inglese Geoff Dyer, “Otherwise Known as the Human Condition. Selected Essays and Reviews 1989-2010”, sia potuto diventare agli occhi del lettore italiano qualcosa come “Il sesso nelle camere d’albergo” (Einaudi, pp. 412, euro 20). Già, perché di sesso e di camere d’albergo Dyer ne parla solo per qualche paginetta, a dispetto della straordinaria varietà di articoli, saggi, riflessioni e impressioni che compongono il volume e che spaziano con raro eclettismo dalla fotografia al cinema, dalla critica strettamente letteraria a quella musicale, fino al ripiegamento verso la memoria personale e la dimensione diaristica. E sempre personale e fortemente impressionistico è il colpo d’occhio dell’autore che le pagine ci restituiscono: un parzialissimo punto di vista, pervicacemente custodito, perché per Dyer – che lo dichiara in un’auto-indulgente introduzione – «l’incarnazione contemporanea di un’idea tradizionale dell’uomo di Lettere» non può che corrispondere con il vivere «fuori dall’accademia, non intralciato da specializzazioni e dai rigori del metodo imposto».
Tutto ciò che l’autore scrive non può sfuggire così al ruvido corto circuito con la propria esistenza e, insieme, con le proprie passioni e idiosincrasie. Ma se l’obiettivo dichiarato, nel racchiudere in un unico volume argomenti così diversi e trasversali, è quello di creare «una specie di scomposta narrazione», anche nella singola pagina è impressionante la capacità di Dyer di giocare instancabilmente con un caleidoscopio di associazioni, suggestioni e citazioni: storia dell’arte, filosofia, cinema, letteratura, aneddotica e attualità. Il rischio, ma solo prima di prendere la misura della cifra dello scrittore, è che sia semplicemente troppo. E invece si ha la fortuna di incontrare brani di rara libertà immaginativa, alcuni di grande qualità: su Richard Avedon, William Gedney, Turner, Rodin, D.H. Lawrence, Fitzgerald, Cheever, Kapuscinski, i fumetti, il licenziamento o l’essere figlio unico.
Si potrà obiettare che muoversi in troppe direzioni, contemporaneamente, possa lasciarci vedere solo la superficie delle cose, ma a questo riguardo Dyer potrebbe rispondere facendo sue proprio le parole di Richard Avedon: «Non esiste altro che la superficie. L’unico modo per andare oltre la superficie è lavorare sulla superficie». “Il sesso nelle camere d’albergo” è quindi una vera e propria enciclopedia personale, compilata con invidiabile libertà: la stessa che ci ricorda quanto nutrirsi di cultura non sia altro che una «staffetta di interessi destati e abbandonati».
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