Viaggiando nel tempo tra scheletri e reperti
Sassari, convegno sullo stato di salute in epoche lontane
CAGLIARI. Resti scheletrici e mummificati come “fonti dirette” per ricostruire le condizioni di vita e di salute delle popolazioni di epoche passate. Ma anche fonti “indirette” come la letteratura antica, le rappresentazioni artistiche e le iscrizioni, le opere letterarie, i testi medici, i documenti d'archivio, i registri parrocchiali.
Se n'è parlato al Seminario in cui è stato presentato il Centro Studi antropologici, paleopatologici e storici dei popoli della Sardegna e del Mediterraneo, costituito nell'ambito del Dipartimento di Scienze Biomediche.
«Una ricca comunità scientifica - ha detto l'archeologo Marco Milanese - che comprende anche storici dell'antichità, come il rettore Attilio Mastino, gli antropologi, i paleopatologi e gli archeologi delle Università di Sassari, Pisa, Camerino, Torino, raccolti intorno ad un progetto, al quale hanno aderito pionieri della materia e luminari di fama internazionale come il paleopatologo Gino Fornaciari».
Dopo il saluto portato al convegno dal sindaco di Sassari e la presentazione ufficiale del direttore del Dipartimento, prof. Andrea Montella, che ne ha illustrato obiettivi e progetti, studiosi, docenti e studenti hanno seguito con attenzione - in un'Aula Magna gremita- le relazioni che si sono succedute nella mattinata.
Se gli antropologi fisici e gli anatomici (in particolare Montella, Bandiera, Mazzarello) hanno spiegato com'è possibile ricostruire da resti scheletrici lo stile di vita (e le malattie) di antiche popolazioni, chiarendo l'importante ruolo giocato dallo studio degli elementi dentali, per risalire alla dieta, alla nutrizione e alla sussistenza.
Elena Mazzeo, ordinario di Medicina legale, si è soffermata, tra l'altro, sul delicato lavoro svolto dagli antropologi forensi per restituire nomi e identità a individui deceduti per morte violenta.
Gino Fornaciari, uno dei fondatori della paleopatologia in Italia, ha dimostrato che questo campo di studio rappresenta uno strumento utile per comprendere l'evoluzione di una singola patologia e di correlarla a fattori genetici, ma soprattutto a fattori ambientali. Il “caso” richiamato è stato quello di carcinoma del colon retto, osservato in una delle mummie - re Ferrante di Aragona (1431-1494) - conservate nella Basilica di San Domenico Maggiore in Napoli.
Attraverso l'indagine istologica e quella molecolare, resa possibile dall'ottimo stato dei tessuti molli, è stato possibile identificare l'origine della massa neoplastica.
Per la prima volta è stata dimostrata la mutazione di un oncogene in un tumore antico: l'"ambiente" alimentare della corte napoletana del XV secolo - con una dieta ricca di zuccheri, grassi e proteine di origine animale - sembra giustificare la mutazione del gene alla base del tumore che uccise il sovrano aragonese oltre cinque secoli orsono.
Affascinante e ricca di suggestioni, la relazione del rettore, Attilio Mastino, che ha preso in esame le tante epigrafi che riportano, scritte su pietra, notizie, anche se frammentarie, su malattie - come la malaria - sulle cause di morte e sui medici in età imperiale romana.
Delle fonti indirette, come supporto alle analisi antropologiche e paleo patologiche, ha parlato la storica della Medicina Eugenia Tognotti, che ha rilevato l'importanza degli archivi storici delle città e dei registri parrocchiali, su cui si possono fare indagini statistico-matematiche sulla mortalità e sulla morbilità di una popolazione.
Dalle fonti scritte, inoltre, si può risalire al contesto storico del sito in cui sono stati reperiti i resti e la possibile associazione con una particolare epidemia, così come le modalità di sepoltura (sepolture collettive, fosse comuni).
Nel caso di un singolo individuo, quando si tratta di principi o regnanti, relazioni e diagnosi mediche, conservate negli archivi, possono sollecitare e offrire supporto a ricerche paleo immunologiche.
La diagnosi di malaria (da Plasmodium Falciparum?), fatta dai medici, per Benedetto Benedetto Maria Placido di Savoia, conte di Moriana, morto a Sassari nel 1802, all'età di 36 anni e sepolto nel Duomo di San Nicola potrebbe essere confermata, se il corpo fosse riesumato, tramite test paleoimmunologici che permettono di identificare agenti patogeni antichi.
Tra gli obiettivi del Centro c’è anche l'alta formazione nel settore dell'antropologia sul campo nel settore dello scavo archeologico di aree cimiteriali, con la finalità di far emergere - così ha spiegato a questo proposito durante il convegno l’archeologo Marco Milanese - nuove professionalità da offrire al mercato del lavoro dei beni archeologici, che in questi ultimi tempi necessita sempre di più di specializzazioni chiare, formate al rispetto di protocolli di ricerca condivisi a livello internazionale.
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