La Nuova Sardegna

Canali puliti, ma la città strozza i torrenti

di Antonello Palmas
Canali puliti, ma la città strozza i torrenti

A un anno di distanza il viaggio nei punti della devastazione conferma: i pericoli sono ancora là

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OLBIA. Le immagini del fango di Genova mostrate dai tg psicologicamente hanno avuto l'effetto di un nuovo ciclone per chi quel terrore lo ha già vissuto il 18 novembre, per chi, come Olbia, ha dovuto piangere nove dei 19 morti. Per chi ha visto morire un parente nella strada trasformata in fiume, per chi ancora non si capacita di aver perso la madre bloccata nella casa invasa dall'acqua, per chi non è riuscito a fermare quell'auto diretta verso la morte. Sentire che a distanza di tre anni Genova (una delle più grandi città italiane) è nuovamente in ginocchio per un'alluvione fa venire i brividi in tutte quelle realtà, Olbia in primis, che come il capoluogo ligure sono alle prese con le lentezze e le incongruenze burocratiche, con un assetto idrogeologico uguale a undici mesi fa, con un clima sempre più indecifrabile.

Effetto terapeutico. E così sono bastati uno sguardo al calendario e alle prime nuvole per rendersi conto che, a dispetto del caldo, siamo in autunno. Gli olbiesi, da gente di mare, sono sempre stati abbastanza attenti al meteo, ma per molti ora è una fissazione. Molti si sono convinti che con la pulizia dei canali avviata dal Comune si possa dormire tranquilli, ma in cuor loro sanno che il taglio delle frasche e dei canneti ha solo un effetto terapeutico, perché i problemi della città dal punto di vista idrogeologico sono molto più complessi, irrisolvibili senza un'operazione faraonica.

La pulizia, e poi? Tenere in ordine i canali comunque è basilare e le operazioni sono anche a buon punto. Ma sarebbero dovuta essere fatte un mese fa, una volta terminato il periodo (marzo-settembre) di salvaguardia delle specie animali che utilizzano la vegetazione per la riproduzione. Per fortuna nel frattempo non è piovuto, ma ora occorre stringere i tempi. E alcune zone non sono facilmente raggiungibili. In via Chiesa, dove passa il rio San Nicola, la vegetazione è stata tagliata. Ma in compenso è stato creato un terrapieno di terra sui bordi, pronto per essere spazzato via al primo acquazzone. Più a monte, in via Nervi c'è una ruspa al lavoro per liberare l'area dalle canne: l'operaio assicura che l'opera verrà effettuata anche più a valle. Le frasche tagliate, come anche nel rio Siligheddu e in altri fiumi, sono abbandonate sul posto tra le perplessità dei residenti.

Sfide al buon senso. Sia chiaro: la pulizia dei canali, insieme ai lavori di ristrutturazione degli argini in corso, ad esempio a Isticcadeddu, da soli non bastano a garantire la salvezza della città in caso di nuovi eventi meteo di una certa potenza. In via Belgio c'è uno dei luoghi simbolo del lutto del 18/11, vi morì una mamma con la figlioletta: certo, le frasche sono già state tagliate, ma a che serve se il rio Tannaule subisce diverse strozzature che lo costringono a passare in piccoli tubi, come nel sottopasso della ferrovia? Riprogettarlo dovrebbe essere un obbligo, magari costruendo un parapetto per evitare che auto e pedoni finiscano inavvertitamente nell'acqua. Così come è inutile pensare alle canne (che, quando non sono troppe, giocano un ruolo positivo frenando la velocità eccessiva dell'acqua) se poi esistono obbrobri come la tombatura del fiume in via Amba Alagi, che in caso di forti piogge diventano un tappo provocando l'allagamento di interi quartieri.

Cultura della sicurezza. Situazioni incredibili anche in periferia: in via Santa Chiara, traversa di via Barcellona, c'è un ponticello che è in realtà un terrapieno sul corso del rio Gadduresu, il cui flusso ha sfogo solo grazie a tre piccoli tubi. Una diga in grado di creare disastri. Quello che gli olbiesi non vedono però è forse il pericolo maggiore: è la non manutenzione dei fiumi fuori città e delle aree boscose, la scarsa cura delle campagne, i muri e le recinzioni costruiti senza tenere conto dei luoghi. È dalle alture che il 18 novembre arrivò la morte e occorrerebbe un'operazione a più ampio raggio per evitare nuovi disastri. Sì, ma con quali soldi?

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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